
Una scelta condivisa
Matteo dormì come un ghiro.
Ne aveva bisogno davvero.
Il corpo, dopo settimane di servizio intenso, sembrava aver chiesto il conto tutto insieme. E lui, finalmente, aveva pagato con un sonno profondo, senza sogni, senza interruzioni.
Al mattino si svegliò leggero.
Pimpante.
Scese in servizio con passo deciso, il volto riposato e quell’energia silenziosa che solo chi ha dormito bene conosce.
Dopo la Befana l’albergo si svuotava sempre un po’.
Era una pausa naturale della stagione: qualche stanza chiusa, meno confusione in sala, il ritmo più lento. Una tregua prima della ripartenza verso Carnevale, quando tutto sarebbe tornato a correre.
Elena era partita.
Irene pure.
Il pomeriggio, libero più spesso del solito, Matteo lo passava sulle piste. Sciava con gusto, con quella libertà che solo la neve fresca sa dare. Ogni tanto lo raggiungeva anche Luca.
A Luca piaceva sciare.
Ma era pigro.
Faceva due discese e poi si fermava a chiacchierare al sole, appoggiato ai bastoncini, come se fosse in vacanza da un lavoro che in realtà facevano entrambi.
Passarono alcuni giorni così.
Il pomeriggio, rientrando in camera insieme a Luca, sentì chiamare:
«Matteo, ciao…»
Era Irene.
«Ciao» rispose Matteo. «Quando sei arrivata?»
«Adesso.»
Si avvicinarono entrambi per salutarla. Irene salutò prima Luca, poi si avvicinò a Matteo e lo baciò teneramente sulla bocca, senza preoccuparsi di Luca.
«Sono tornata adesso» disse. «Senti, questa sera ci vediamo.»
«Sì» rispose Matteo. «Appena finisco vengo da te.»
Si salutarono.
Entrati in camera, Luca disse subito:
«Senti, mi spieghi questo bacio in bocca?»
Matteo rispose ridendo:
«Ci baciamo sempre in bocca.»
«Ah beh… allora non parlo più.»
Fecero la doccia e scesero giù in sala.
Dopo il servizio andò dritto in camera di Irene
Lei era già seduta e stava provando alcuni esercizi. Matteo notò subito che indossava l’accappatoio bianco che piaceva a lui. Notò anche che, a differenza delle altre volte, non era così ben allacciato e infatti si poteva intravedere parte del seno.
«Madonna mia…» pensò subito. «E adesso come faccio?»
Matteo si accomodò. Lei lo baciò di nuovo, sempre veloce ma pur sempre in bocca.
Parlarono un po’, ma né lui né lei parlarono di cosa avevano fatto in quei giorni. Anzi, Irene non accennò minimamente a Elena, anche se sapeva più o meno tutto.
Si era messa un profumo che a Matteo faceva girare la testa, però doveva restare impassibile: poteva rischiare di prendere un bel ceffone se avesse osato minimamente.
Per Matteo qualcosa non quadrava. C’era nell’aria qualcosa di insolito, però si continuò tranquillamente a fare esercizi di battitura. Lei ogni tanto si stringeva e l’accappatoio si apriva ancora di più, ma niente altro.
Poi, tra un esercizio e un altro, disse:
«Anche Sara è andata a casa, ci siamo dati il cambio.»
«Eh» rispose lui. «A fine mese tocca anche a me. Appena torna Marco parte Luca, e poi tocca a me. D’altronde, che faccio qui? Tanto a sciare ho sempre tempo.»
«Perché, passare qualche giorno insieme ti dispiacerebbe? Dovevo stare via ancora dei giorni, ma sono tornata prima.»
Si guardarono negli occhi e, senza parlare, cominciarono a baciarsi: prima teneramente, poi sempre più appassionatamente. L’accappatoio si era quasi aperto e si intravedeva tutto il seno.
Matteo cominciò ad allungare le mani e non trovò nessuna resistenza, anzi lei disse:
«Spostiamoci sul letto.»
Chiuse la porta a chiave.
Il rumore secco dello scatto sembrò dividere il mondo in due: fuori il corridoio, i turni, le risate, le regole non scritte; dentro solo loro.
Si guardarono per un momento senza parlare. Non c’era più ironia, non c’era più provocazione. C’era qualcosa di più serio, quasi solenne.
Matteo le sfiorò il viso con una mano lenta. Non era un gesto impaziente, ma attento. Irene non si tirò indietro. Gli prese il polso e lo avvicinò a sé.
Il bacio fu diverso da tutti quelli scambiati prima. Non rapido, non nascosto. Lungo. Deciso. Consapevole.
L’accappatoio scivolò piano dalle spalle di lei. Matteo trattenne il respiro un istante, poi smise di pensare. Non c’era più spazio per la prudenza o per la paura di sbagliare. C’era solo la certezza che entrambi stavano scegliendo.
Si sedettero sul letto, poi si distesero senza fretta. Le mani non cercavano di rubare, ma di conoscere. I gesti erano naturali, privi di goffaggine. Non c’era bisogno di parole, perché ogni esitazione era già stata superata prima, nei giorni di distanza, nei silenzi non spiegati.
Fu un momento intenso, ma non disordinato.
Non fu impulsivo.
Fu voluto.
Matteo sentiva il cuore battere forte, ma non in modo confuso. Era un battito pieno, adulto. Per la prima volta non stava inseguendo qualcosa: stava entrando in qualcosa.
Irene lo guardava come non aveva fatto prima. Non c’era più leggerezza nei suoi occhi. C’era una richiesta silenziosa di verità.
Quando tutto si placò, rimasero vicini, senza parlare. Solo il respiro che tornava normale, piano.
Irene si sollevò leggermente e lo fissò negli occhi.
«Adesso è una cosa vera» disse a bassa voce.
Non era una domanda.
Era una presa di posizione.
Matteo capì perfettamente. Non si trattava solo di desiderio o di passione. Non era un gioco tra una stagione e l’altra. Era un passo che cambiava il modo di guardarsi il giorno dopo.
Lui annuì.
«Sì» rispose semplicemente.
In quel “sì” c’era accettazione. C’era responsabilità. C’era la consapevolezza che nulla sarebbe più stato leggero come prima.
Rimasero distesi uno accanto all’altra, il respiro che piano tornava regolare. Non c’era fretta di alzarsi. Il silenzio non era imbarazzo, ma qualcosa di pieno.
Irene si sollevò leggermente su un gomito e lo guardò.
«Sei sorpreso?» gli chiese a bassa voce. «Te l’aspettavi?»
Matteo rimase un attimo in silenzio. Non distolse lo sguardo.
Non era stata una sorpresa improvvisa, ma nemmeno una certezza scontata. Era qualcosa che avevano costruito senza dirlo davvero.
«Non così» rispose piano. «Ma lo volevo.»
Lei lo fissò ancora per qualche secondo, come se stesse cercando una crepa, un’esitazione. Non ne trovò.
Si riappoggiò accanto a lui, più vicina.
«Allora va bene» disse semplicemente.
Non c’era trionfo nella sua voce.
Non c’era leggerezza.
C’era una decisione.
Rimasero ancora così, in silenzio, con la consapevolezza che quella sera non sarebbe rimasta sospesa come le altre.
Poi Matteo si rivestì con calma. Non c’era imbarazzo nei gesti, solo una nuova attenzione.
E quando, più tardi, Matteo tornò nella sua stanza, non era più lo stesso di qualche ora prima.
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