

Quando imparare a stare in piedi significa costruire un futuro, anche con le mani che tremano.
Alle medie, Matteo se la cavava bene. Non era un genio, ma studiava con serietà. Gli piaceva imparare. Amava l’ordine: quaderni precisi, scrittura ordinata, evidenziatori usati con rigore quasi scientifico. Bastava una lezione capita o un esercizio ben fatto per farlo sentire soddisfatto, utile, sulla strada giusta.
Quando arrivò il momento di scegliere le superiori, sapeva già dove andare. Scelse l’istituto alberghiero. Era una decisione pratica: voleva imparare un mestiere, entrare nel mondo del lavoro, costruirsi un futuro. Ma non era solo una scelta dettata dalla necessità. Dentro di lui c’era anche un desiderio più profondo.
Tra i due corsi principali – cucina e sala – Matteo scelse la sala. E non perché fosse più facile. Anzi, il contrario.
“Con la sala posso viaggiare,” pensava. “Posso parlare le lingue, conoscere gente di ogni paese, lavorare in hotel, magari su una nave da crociera. Posso vedere il mondo.”
Quella possibilità lo affascinava. L’idea di non essere chiuso in una cucina, ma di essere a contatto diretto con le persone. Di crescere, imparare, migliorarsi ogni giorno, in ogni lingua. Gli sembrava un sogno concreto, raggiungibile. Il primo passo verso un domani più grande del presente che conosceva.
All’inizio, tutto sembrava andare per il verso giusto.
Le materie teoriche lo coinvolgevano. La geografia turistica lo faceva viaggiare con la mente, immaginando ristoranti vista oceano o hotel tra le montagne innevate. La merceologia gli apriva un mondo: vini, prodotti, stagionalità, origini. L’etica professionale, inizialmente noiosa, diventava una bussola, una guida su come affrontare il lavoro con dignità e rispetto.
In aula, Matteo si sentiva al posto suo. Ascoltava, prendeva appunti, studiava. Aveva fame di imparare. Tutto sembrava procedere.
Ma poi… arrivava la sala.
E lì, tutto cambiava.
Fin dal primo giorno di pratica, Matteo si accorse che quello che sapeva con la testa, non bastava al corpo. Il vassoio gli tremava tra le mani. I bicchieri sembravano voler saltare giù da soli. I piatti gli sfuggivano, le posate sembravano sfuggire a ogni logica. I gesti, che dovevano essere fluidi ed eleganti, gli uscivano rigidi, scoordinati, goffi.
Si sentiva fuori posto. Come un attore su un palco sbagliato.
I suoi compagni? Alcuni già abituati. Qualcuno aveva fatto stagioni nei ristoranti, altri sembravano naturali nei movimenti. Lui, invece, era un corpo estraneo tra vassoi e tovaglie. Un orso in mezzo a bicchieri di cristallo.
Non passava giorno senza una piccola figuraccia. Una bottiglia rovesciata, una forchetta fuori posto, una tovaglia storta. Ogni errore sembrava amplificato. Ogni passo, una prova. Ogni sguardo dei compagni, un giudizio silenzioso.
“Che ci sto a fare qui?” si chiedeva, tornando a casa con la schiena a pezzi e l’autostima sotto i piedi.
Ma quella domanda non bastava a fermarlo.
Perché Matteo aveva un motivo più forte della vergogna. Più forte dell’imbarazzo. Più forte della paura di fallire.
Doveva farcela. Doveva lavorare. Doveva guadagnare.
A casa, i soldi non crescevano sugli alberi. I genitori si spaccavano la schiena per arrivare a fine mese. Lui non aveva tempo da perdere. Non cercava solo un diploma: cercava un mestiere. Un modo per costruirsi un futuro, con le sue mani, tremanti o meno.
Sapeva che imparare non significa saper fare tutto subito. Significa cominciare da zero. Cadere. Sbagliare. Sentirsi ridicoli. E poi rialzarsi, ancora e ancora. Accettare il fatto che nessuno nasce imparato. Che la grazia si costruisce con la pazienza, e la sicurezza con l’esperienza.
Non era nato cameriere. Ma voleva diventarlo.
Voleva imparare a servire con eleganza, a parlare con i clienti in più lingue, a muoversi con naturalezza tra tavoli e sguardi. Voleva essere quello che all’inizio non era: sicuro, competente, affidabile.
Ogni giorno era una sfida. Ma anche una lezione.
E anche se i miglioramenti erano piccoli, c’erano. A volte riusciva a portare un vassoio senza far traballare nulla. A volte sistemava i bicchieri con precisione. A volte il professore gli dava un cenno d’approvazione. Piccole vittorie, invisibili agli altri, ma enormi per lui.
A poco a poco, Matteo imparava a guardarsi con più comprensione. Le mani tremavano ancora, ma meno. I gesti erano meno rigidi. La voce più sicura. Le paure non erano sparite, ma avevano smesso di comandarlo.
Aveva imparato a non farsi fermare dalle risate degli altri. A non ascoltare chi lo sottovalutava. A guardare avanti.
Aveva capito che ogni passo avanti, anche il più traballante, era un passo verso il suo obiettivo.
E ogni caduta, una parte necessaria del viaggio.
Perché imparare è questo: entrare dove ti senti fuori posto, e restarci finché quel posto diventa tuo.
Il sogno non era cambiato: viaggiare, parlare le lingue, lavorare in ambienti internazionali, crescere.
E se per realizzarlo doveva affrontare cento giornate storte, cento mani tremanti, cento battute fuori luogo… beh, le avrebbe affrontate tutte.
Con la pazienza di chi sa che non si nasce esperti, ma si può diventarlo.
Con la fame di chi ha bisogno di farcela. E con la tenacia di chi, passo dopo passo, non smette mai di andare avanti.