Figli di papà anche a sinistra: quando il cognome aiuta la carriera

Dalla Rai all’ENI, dalle fondazioni culturali agli incarichi pubblici: la sinistra che accusa la destra di nepotismo ha i suoi scheletri. E spesso portano cognomi illustri.


Ogni volta che un figlio “di destra” ottiene un incarico, si levano grida di scandalo sulla stampa progressista: “nepotismo!”, “favori!”, “cognomi che aprono porte!”. Ma in silenzio, da decenni, una lunga lista di “figli di papà” si muove tra gli ingranaggi dello Stato, delle aziende pubbliche e delle istituzioni culturali. E molti di quei cognomi, guarda caso, sono storicamente legati alla sinistra.

Non è questione di destra o sinistra: è il solito doppio standard. Quando un La Russa ottiene una presidenza, si grida allo scandalo. Ma quando il figlio di un ex premier o di un ex segretario PD siede nei consigli d’amministrazione, entra in Rai o vola nelle strutture ministeriali, tutto tace. O si minimizza.

Ecco alcuni nomi:


🧾 Giulia D’Alema

Figlia dell’ex premier Massimo D’Alema, lavora in Rai. Curriculum solido, ma ha trovato spazio in una rete notoriamente sensibile alle logiche di partito. Casualità?


🧾 Martina Veltroni

Figlia di Walter, il più “soft” dei segretari di sinistra. Giornalista e autrice tv, ha lavorato a La7 con Mentana. Anche qui: bravura, certo. Ma anche cognome spendibile.


🧾 Eugenio Bersani

Il figlio dell’ex segretario PD ha trovato spazio al Ministero della Cultura come capo della segreteria tecnica, quando il titolare era Dario Franceschini. Un caso?


🧾 Giovanni Napolitano

Figlio del Presidente emerito Giorgio Napolitano. Carriera manageriale importante, anche in ENI, colosso pubblico. Tutto regolare, certo, ma anche qui il cognome aiuta.


🧾 Michele Violante

Figlio dell’ex magistrato e parlamentare Luciano Violante. Anche lui in magistratura, con una carriera rapida. Nulla di illegittimo, ma legami e contesti contano.


🧾 Antonio Prodi

Figlio di Romano, ha fatto carriera accademica. Bravo, ma il cognome resta un passepartout nei meccanismi delle università italiane.


Ma guai a dirlo

Se lo fa la sinistra, si chiama “tradizione familiare di impegno pubblico”. Se lo fa la destra, è clientelismo. Questa è la narrazione dominante. Ma la realtà è diversa: il sistema si alimenta da entrambi i lati, e spesso con la stessa logica.


Conclusione:
Il problema non è che i figli di qualcuno lavorino, ma che la sinistra si arroghi ancora oggi il diritto di fare la morale, ignorando i tanti casi di “coincidenze fortunate” nel proprio campo. La meritocrazia è un valore solo quando non tocca i propri figli?