Elisa ha quindici anni. Vive a Zurigo, va bene a scuola, gioca a pallavolo, ascolta musica svizzera e coreana.
Ma a casa, la lingua cambia. Si parla italiano, con inflessioni calabresi.
La domenica c’è la pasta al forno. A Natale si fa il presepe. E la nonna, anche se vive a 1400 chilometri, è sempre dentro una videochiamata.
“Quando dico che sono italiana, gli altri mi correggono: sei nata qui.
Quando torno in Calabria, invece, dicono: sei svizzera.”
Elisa è una figlia del confine.
Non ha mai preso un biglietto di sola andata. Ma è nata già fuori.
In un Paese che l’ha accolta con precisione e regole, ma non con calore.
Un’identità spezzata
Elisa è una di quelli che non si sentono davvero di nessun posto.
A scuola si sente “diversa”. A casa dei parenti in Italia si sente “ospite”.
Nel suo zaino ci sono libri in tedesco, biscotti italiani, e un passaporto che la definisce svizzera.
Ma nessuno le ha chiesto davvero: “Tu, dove ti senti a casa?”

L’Italia tramandata
Per lei l’Italia è un racconto, un sapore, una playlist della domenica.
L’ha imparata dai genitori, dalle telefonate, dai viaggi estivi, dai pacchi con la nduja sottovuoto.
È un’Italia mentale, affettiva, ideale.
Ma non per questo meno reale.
“Io non ho nostalgia mia. Ho nostalgia loro.
Di quella che vedo nei loro occhi quando parlano di casa.”
Invisibili alla patria
Elisa non è sola. Sono migliaia i giovani nati da italiani all’estero, in Europa, in Canada, in Australia.
Vivono tra due mondi.
Eppure, per l’Italia, non esistono davvero.
Non votano, non vengono coinvolti, non hanno spazi nella narrazione nazionale.
Ma parlano italiano. Sognano Roma, Napoli, Palermo.
E in fondo, vorrebbero solo essere riconosciuti.
Non come turisti. Ma come parte di una storia più grande.
L’identità in viaggio
I figli del confine non sono migranti. Ma nemmeno stanziali.
Vivono in equilibrio instabile tra appartenenza e distanza.
Costruiscono un’identità fatta di ricordi non vissuti e radici trasmesse.
Eppure, sono loro il ponte.
Tra chi è partito e chi un giorno potrebbe tornare.
Tra l’Italia che è stata, e quella che potrebbe essere.
Conclusione
“Non siamo partiti. Ma nasciamo già in viaggio.”
Questi giovani non cercano compassione.
Cercano solo spazio.
Per esistere.
Per dire: “Ci siamo anche noi. Siamo l’Italia che non vedete. Ma che c’è.”
E se l’Italia non impara a riconoscerli… rischia di perderli due volte.