Donne che partono

Premessa fissa: Il problema c’è. È reale. Ma in troppi fanno finta di non vederlo.

C’è un’Italia che si svuota, che perde energie, che lascia andare i suoi figli migliori senza più chiedersi perché. Se ne vanno in silenzio, spesso per necessità, qualche volta per scelta, quasi mai per rabbia. E quando lo fanno, non portano via solo una valigia: portano via competenze, idee, futuro.

Io scrivo queste storie per rompere quel silenzio.
Perché il problema non è invisibile: è solo ignorato.
Continuerò a raccontarle. Una dopo l’altra.
Finché qualcosa non cambierà.


Donne che partono

Giulia ha trentun anni. Laureata in antropologia, un curriculum lungo, ma pieno di buchi. Non per mancanza di esperienza, ma per troppa precarietà. Anni di contratti a progetto, tirocini non retribuiti, colloqui finiti con un “le faremo sapere” che non ha mai portato a nulla.

Ha resistito finché ha potuto. “Ho provato a restare. Ma a un certo punto ho capito che l’Italia mi voleva gentile, flessibile e sottopagata.”

E così è partita. Da sola. Nessun fidanzato da seguire, nessuna famiglia all’estero. Solo il desiderio di ritrovare rispetto per se stessa.

Oggi vive a Lione. Insegna in un centro culturale. Ha una casa in affitto a suo nome. Si sveglia ogni mattina con la sensazione che il suo tempo abbia valore.

“Non sono partita per amore. Sono partita per dignità.”


Una doppia fatica

Essere giovani in Italia è difficile. Ma essere giovani e donne, spesso, significa affrontare una doppia lotta. Giulia racconta di come ogni colloquio sembrasse una prova di resistenza. “Chiedevano se avevo intenzione di avere figli. O se avevo un compagno stabile. Come se la mia vita personale fosse una minaccia al contratto.”

Ha ricevuto più complimenti per il suo aspetto che per le sue ricerche. E ha imparato a sorridere, ad abbassare lo sguardo, a “non sembrare troppo sicura”.

“All’estero è diverso. Mi pagano per quello che so, non per quanto sto zitta.”


Partire per guidare

C’è un pregiudizio antico e sottile: che le donne partano solo per seguire qualcuno. Un marito, un fidanzato, una famiglia già emigrata.

Giulia, invece, è partita da sola. Per se stessa. E non è un’eccezione. Le donne che scelgono di emigrare sono sempre di più. E non per fuga, ma per visione.

Cercano un ambiente dove la competenza sia più importante dell’età o del sesso. Dove non siano costrette a scegliere tra lavoro e vita. Dove possano costruire un futuro che non le costringa a chiedere il permesso.


Non è una fuga. È rispetto.

Giulia non ha tagliato i ponti con l’Italia. I genitori le scrivono ogni giorno. Le mancano le chiacchiere al bar, il profumo del mare, la cadenza del dialetto.

Ma non tornerebbe. Non ora. Perché tornare significherebbe accettare di nuovo uno spazio stretto, fatto di concessioni, di sorrisi forzati, di battaglie silenziose.

“Io non ho abbandonato nessuno. Ho solo scelto me.”

E questa scelta, per una donna, è ancora troppo rivoluzionaria.


Conclusione

Quando una donna parte da sola, porta con sé il peso di tutte le aspettative non dette. Ma anche la forza di chi sceglie se stessa.

Non è una fuga. È dignità.

E se l’Italia non sa creare lo spazio per il talento femminile, saranno le donne a crearselo altrove.

E a non tornare più.

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