
Tra campi coltivati e municipi vuoti
Nei nosti borghi di montagna, i campi sono ancora coltivati. Ci sono mani che lavorano la terra, che raccolgono il fieno, che seminano patate e cereali resistenti, che custodiscono orti piccoli ma tenaci. Gente che sa distinguere una stagione buona da una cattiva solo guardando il cielo.
Eppure, questa gente non ha voce. Non la trovano nei “progetti” scritti per intercettare fondi, né la ricevono da chi dovrebbe rappresentarla nelle istituzioni. Non parlano nelle conferenze, non compaiono nei convegni: continuano a zappare in silenzio.
I piccoli sindaci non hanno alcun potere reale di pianificazione del territorio. Si sentono già appagati se riescono a tenere aperto il municipio due giorni a settimana, come fosse un esercizio di sopravvivenza politica. Alcuni, nei loro micro–comuni, trovano persino un’utilità personale: due giorni di assenza dal lavoro pagati valgono più di una visione per il futuro.
L’amministrazione diventa un rito, un’occupazione di resistenza, più che una guida per la comunità.
E mentre i contadini restano ai margini, la scena è occupata da un altro copione: quello degli appalti. I finanziamenti “a pioggia” della Regione portano con sé progettisti, gare, stati di avanzamento, parcelle e collaudi. Un flusso di grasso che unge la ruota di un meccanismo che sembra eterno.
Che l’opera sia utile o meno è un dettaglio secondario: basta che “si faccia”. Strade che finiscono nel nulla, piazzette rifatte tre volte in dieci anni, centri polifunzionali sempre chiusi. Nessuno – nemmeno gli elettori – si chiede se tutto questo serva davvero a qualcuno.
La verità è che i veri ostacoli al cambiamento non sono i cittadini che se ne vanno, ma i sindaci che restano incollati alla sedia.
Non mollano l’osso, anche quando per sopravvivere alzano le tasse. Tanto l’IMU la pagano quelli che vivono “fuori”, non i quattro elettori rimasti.
E così, il cane continua a girare attorno alla stessa catena, mentre i campi intorno si svuotano di persone ma non di fatica.
Conclusione
Alla fine, i semi restano sotto terra, i progetti restano su carta, e gli applausi restano in sala.
Ma la domanda è sempre la stessa: chi coltiva davvero il futuro dei borghi?
Per ora, la risposta è semplice: i contadini, in silenzio.
Tutti gli altri coltivano… solo la propria poltrona.