Capitolo I – Tra fuoco e ferro

(Dovia di Predappio, estate 1883)

Il mattino, a Dovia, arrivava presto.

Non con la dolcezza, ma con la fatica: la luce tagliava i campi come una lama pallida e le case, poche e basse, sembravano ancora addormentate.
Il paese non aveva fretta di diventare qualcosa.
Si limitava a restare.

Restare voleva dire non aspettarsi nulla.
Voleva dire che le stagioni passavano senza lasciare promesse, che i giorni si somigliavano, che il futuro non era una parola da pronunciare ad alta voce.

In una stanza piccola, appena fuori dal centro, una donna stringeva i denti e respirava a colpi corti.
Il sudore le scendeva lungo le tempie e le ciocche dei capelli le si appiccicavano alla fronte.
Le mani cercavano il bordo del letto, come se avessero bisogno di un appiglio.

Rosa Maltoni non gridava per farsi sentire.
Gridava perché il corpo, quando decide di portarti oltre un limite, non ti chiede il permesso.

Ogni contrazione arrivava come un ordine improvviso.
Non c’era spazio per il dubbio, né per la paura.
Solo per resistere.

Da un’altra parte della casa, o forse sembrava un’altra casa, un martello batteva sul ferro.

Colpi regolari.
Secchi.
Precisi.

Il fuoco della forgia illuminava il volto di Alessandro Mussolini a scatti, come se la fiamma avesse un carattere e volesse discutere anche lei.
Le braccia dell’uomo erano tese, le mani nere di carbone.
Ogni colpo era un gesto di mestiere, ma anche una specie di sfogo.

Il ferro, arroventato, opponeva resistenza.
Non cedeva subito.
Si piegava, tornava indietro, si difendeva.

Alessandro conosceva quel momento.
Sapeva che la forma arriva solo dopo lo scontro.
Che nulla prende direzione senza prima opporsi.

Quel giorno, mentre il ferro cedeva e prendeva forma, la vita faceva lo stesso.

Quando il pianto del neonato riempì la stanza, Alessandro si fermò.

Il martello rimase sospeso a mezz’aria.
Un attimo soltanto.

Un attimo che non aveva niente di solenne, ma che restò inciso come una pausa innaturale, una crepa nel ritmo.

Poi lo appoggiò, lentamente, come se anche il legno dell’impugnatura avesse bisogno di rispetto.
Si pulì le mani sul grembiule, ma le mani non tornarono pulite: il nero del lavoro resta sempre, anche quando lo strofini.

Entrò.

L’aria della stanza era densa.
Calda.
Piena di odori primari.

Rosa era stesa sul letto, pallida e stanca, ma con gli occhi aperti.
Non aveva lo sguardo di chi ha appena vinto una battaglia.
Aveva lo sguardo di chi sa che la battaglia ricomincia domani.

Il bambino si muoveva tra le lenzuola come un animale appena arrivato al mondo: piccolo, caldo, inconsapevole.
Respirava a scatti, come se ogni respiro fosse una prova.

Rosa lo guardò senza sorridere.

Non era freddezza.
Era concentrazione.

«È maschio.» disse.

Alessandro annuì.
Fece un passo avanti.
Poi un altro.

Si chinò e lo vide davvero.

La pelle arrossata, il fiato irregolare, le mani minuscole che cercavano qualcosa da afferrare.
Un pugno che si chiudeva e si apriva, come se già provasse a discutere con l’aria.

Rosa parlò ancora, con voce bassa.

«Non ti avvicinare troppo. È fragile.»

Alessandro sorrise appena.

«Fragile?» ripeté.
E nel dirlo non sembrava convinto.
Non per arroganza.
Per istinto.

Rosa gli posò una mano sul braccio.

«Alessandro…»

Lui si fermò.
Non perché obbedisse.
Perché la mano di Rosa, quando voleva, sapeva essere più forte di un ordine.

Restarono così, uno accanto all’altra, a guardare quel corpo piccolo che respirava come se ogni respiro fosse una decisione.
Il silenzio non era vuoto.
Era carico di futuro.

Fu Rosa a dirlo per prima.

«Benito.»

Alessandro alzò lo sguardo.

«Benito?» ripeté, come se assaggiasse il suono.

Rosa non spiegò.
Non era il momento di spiegare.
Era il momento di tenere in vita.

Alessandro, invece, non resistette.

«Benito… come Juárez.» disse.
E in quella frase ci mise un orgoglio che non era paterno: era ideologico.
Poi aggiunse, come se stesse completando un patto:

«Benito Amilcare Andrea.»

Rosa lo guardò.

Non era sorpresa.
Era una stanchezza diversa.

«Gli hai già messo addosso troppo.» disse piano.

Alessandro sorrise appena.
Non un sorriso gentile.
Un sorriso convinto.

«I nomi tengono in piedi gli uomini.» rispose.
«O li schiacciano. Ma non sono mai inutili.»

Rosa chiuse gli occhi per un secondo.
Li riaprì subito.

«È solo un bambino.» disse.

Alessandro si chinò di nuovo.
Guardò il piccolo corpo che respirava a scatti.

«No.» rispose piano.
«È uno che dovrà imparare a stare dritto.»

Rosa non replicò.
Non perché fosse d’accordo.
Perché era stanca.

E perché in quella casa, spesso, le cose non si decidevano con una frase sola.

Il bambino dormì poco.

Dormiva e si svegliava, si agitava, piangeva, si calmava.
Come se avesse già capito che il mondo non era un posto dove stare tranquilli troppo a lungo.

Rosa lo prese in braccio e lo cullò con una pazienza dura.
Non era una madre sdolcinata.
Era una madre che credeva nel dovere come in una medicina: amara, ma necessaria.

Lo osservava in silenzio.
Non cercava somiglianze.
Cercava segnali.

Alessandro tornò alla forgia.

Il martello riprese a battere.

Eppure, da quel giorno, ogni colpo suonò diverso.
Non più soltanto lavoro.
Non più soltanto rabbia.

C’era dentro una cosa nuova: una presenza invisibile.

Una responsabilità.

E anche questo Alessandro lo odiava un po’, perché la responsabilità ti rende più lento.
Ti fa pensare.
Ti costringe a scegliere.

Quella sera, quando il fuoco si spense e la casa si riempì di buio, Rosa pregò sottovoce.
Non perché volesse convincere Dio.
Perché aveva bisogno di un ordine.

Alessandro non pregò.
Si sedette al tavolo e mangiò in silenzio.

Ogni tanto guardava verso la stanza.

Non era tenerezza da romanzo.
Era inquietudine.

Perché un figlio non è una gioia soltanto.
È un futuro che ti entra in casa senza bussare.

E non chiede permesso a nessuno.

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