Episodio 33# – L’Epifania, la partenza e la sorpresa al bar

Gennaio 1972 – Quando le feste finiscono, restano i legami

Dopo i bagliori del Capodanno, il Sestriere sembrò rallentare. La neve continuava a cadere lieve, coprendo le strade e i tetti, mentre gli ospiti si preparavano a vivere gli ultimi giorni di festa. L’atmosfera cambiava: non più l’euforia sfrenata della notte di San Silvestro, ma una calma più intima, fatta di famiglie e bambini in attesa della Befana. I corridoi dell’albergo si riempivano di passi più tranquilli, di voci pacate, di un senso di “ultimo giro” che avvolgeva chiunque vi passasse.

Il 6 gennaio l’albergo organizzò una piccola festa pomeridiana. Le hall si adornarono di calze colorate, dolciumi e carbone di zucchero distribuiti ai più piccoli, e davanti all’ingresso fu acceso un grande braciere per scaldare chi rientrava dalle piste. Matteo, tra un servizio e l’altro, si fermò a osservare quella scena che sapeva di tradizione: i bambini che ridevano con la bocca sporca di cioccolato, le mamme che li richiamavano, i padri che scattavano fotografie con le loro Kodak. Sembrava un piccolo mondo a parte, sospeso tra il lusso dell’albergo e la semplicità di un rito antico.

In quel frastuono tenero di voci, Matteo si accorse che il lavoro poteva regalare attimi di contemplazione: bastava fermarsi un istante e guardare oltre il vassoio pieno di bicchieri.


La partenza di Francesco

Fu proprio il giorno dell’Epifania che Francesco dovette ripartire con suo padre e la nonna. La vacanza era finita. La mattina, dopo la colazione, si presentò in sala con il suo sorriso timido e gli occhi un po’ lucidi.

— È ora che io vada, — disse con un filo di voce.

Matteo, che lo aveva ormai visto come un amico fraterno, lo abbracciò con forza. Non c’erano molte parole da dire: bastava quello sguardo di intesa costruito in poche settimane. La nonna, con discrezione, gli rivolse ancora un sorriso affettuoso, come se avesse voluto ringraziarlo per la compagnia fatta al nipote.

— È stato il Natale più bello da tanto tempo, — confidò Francesco. — Non lo dimenticherò.

E così, tra un ultimo saluto e il rumore delle valigie trascinate nell’ingresso, Francesco lasciò l’albergo. Quando Matteo tornò in sala, si accorse di un piccolo vuoto: il tavolo di Francesco era rimasto apparecchiato, ma non lo avrebbe più visto riempirsi di sorrisi e confidenze. Era la prima volta che sentiva davvero la differenza tra un ospite qualunque e qualcuno che, anche solo per pochi giorni, era diventato parte della sua vita.


Le due buste

Poco dopo, il padre di Francesco si avvicinò allo chef de rang. Con un gesto composto, quasi cerimonioso, gli consegnò due buste: una destinata al rango intero, l’altra a Matteo.

Lo chef chiamò Matteo e gli porse la seconda. Ma il ragazzo, imbarazzato, disse subito:

— Chef, apra lei.

Lo chef esitò, poi acconsentì. Dentro c’era una mancia talmente generosa da togliere il fiato. Accanto, una breve lettera, poche righe soltanto:

“Grazie per aver fatto sorridere Francesco. Era da tanto tempo che non lo vedevo così. Auguri.”

Lo chef rimase in silenzio, poi si voltò verso Matteo con un’espressione seria e insieme orgogliosa.

— Bravo, ragazzo. Non è solo per la mancia, ma per quello che sei riuscito a dare.

Accanto a loro c’era anche Edoardo, il commis de rang del turno. Guardava la scena con ammirazione e un pizzico di entusiasmo: era raro, in sala, vedere riconosciuto con tanta sincerità l’impegno di un ragazzo di sedici anni. Quelle poche righe e quelle buste pesavano più di ogni altra ricompensa: erano il segno che, dietro il servizio impeccabile, c’erano storie vere, incontri che lasciavano un segno.


La sorpresa al bar

La sera, dopo il turno di lavoro, come sempre Matteo e Michele si incamminarono verso il bar. Era diventata un’abitudine: un modo per staccare la mente dal frastuono della sala e ritrovare un po’ di leggerezza tra amici.

Ma quella volta accadde qualcosa di inatteso. Appena entrarono, il proprietario in persona si fece avanti con un sorriso complice:

— Buonasera ragazzi, questa sera c’è un tavolo riservato per voi.

Matteo e Michele si guardarono sorpresi, poi scoppiarono a ridere. Riservato? A loro non era mai capitato.

— Seguitemi, — disse il proprietario con tono solenne, accompagnandoli fino a un tavolo vicino al jukebox. Non solo: mise persino a loro disposizione un cameriere dedicato, come se fossero ospiti importanti.

Anna, che era arrivata con loro, scoppiò a ridere: aveva capito tutto al volo. Matteo le restituì lo sguardo, e in quell’intesa silenziosa si riconobbero. Giuseppina, invece, rimase interdetta:

— Ma che succede?

Allora Matteo le spiegò. Era stato il padre di Francesco, prima di partire, a lasciare al bar una somma consistente, destinata a coprire le loro consumazioni. Non per una sola sera, ma per settimane intere.

— Caspita! — esclamò Giuseppina, incredula.

Michele rimase a bocca aperta, poi batté la mano sulla spalla di Matteo.

— Te lo meriti, fratello. Non capita tutti i giorni di lasciare un segno così.

E così iniziò un periodo speciale: bicchieri alzati, panini caldi, musica e risate, tutto già pagato in anticipo. Un regalo concreto, con gli auguri di una famiglia che aveva voluto ringraziare non solo Matteo, ma quel piccolo gruppo di ragazzi che, in una stagione di lavoro e di fatica, avevano saputo donare compagnia e sorrisi.


Un nuovo inizio

Per diverse settimane, ogni sera al bar fu una piccola festa. Il jukebox suonava canzoni di Battisti e Celentano, il cameriere portava birre e piatti caldi senza che nessuno dovesse preoccuparsi del conto, e loro ridevano come se il mondo fuori non esistesse.

Francesco, intanto, continuava a sentirsi quotidianamente con Anna. Le telefonate, spesso brevi e un po’ impacciate, erano la prova che quell’incontro non si sarebbe spento con la fine della vacanza.

Quando Matteo uscì dal bar quella notte dell’Epifania, sotto la neve che cadeva silenziosa, alzò lo sguardo verso le piste ormai spente. Poche luci di baite si intravedevano a valle, mentre la montagna tornava a respirare nel suo silenzio. Sentì che la vita al Sestriere non smetteva mai di stupirlo: ogni giorno portava fatica, certo, ma anche incontri, saluti e inaspettati legami.

E se la Befana segnava la fine delle feste, per lui rappresentava anche l’inizio di qualcosa di nuovo: un anno appena cominciato, il 1972, che prometteva già sorprese.

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