Capitolo II – Non sono venuto per obbedire

(Faenza – Forlimpopoli, 1892–1899)

La prima cosa che Benito capì del collegio fu il rumore.

Non quello delle voci.
Quello dei passi.

Passi tutti uguali, tutti allo stesso ritmo, come se le suole avessero un dovere anche loro.
Il corridoio odorava di cera e di muro freddo. Le finestre erano alte, troppo alte per guardare fuori senza alzare il mento. E alzare il mento, lì, non era un gesto innocente: sembrava già una sfida.

Il Salesiano che lo accompagnava non lo guardava quasi mai.

«Qui si fa silenzio.» disse soltanto.
Non era un consiglio. Era una legge.

Benito stringeva la valigia con due mani.
Era una valigia piccola, ma pesava come se dentro ci avessero messo la casa intera: l’odore della fucina, la voce del padre, la calma severa della madre.

Il prete si fermò davanti a una porta.

«Questa è la tua stanza.»

Stanza era una parola grande.
Era un letto, un armadio, un crocifisso, una finestra che non apriva il mondo ma lo teneva lontano.

Benito entrò e rimase in piedi.

Non si sedette.
Non posò la valigia.

Guardò il crocifisso.

Non lo odiava.
Non lo temeva.
Gli dava fastidio come gli davano fastidio tutte le cose che sembravano dire: qui comandi tu, io no.

Il Salesiano lo osservò.

«Come ti chiami?»

«Benito.»

«Cognome?»

«Mussolini.»

Il prete annuì, come se avesse preso nota di una cifra.

«Qui si obbedisce.»

Benito non rispose subito.
Non perché fosse prudente.
Perché stava cercando le parole.

In casa, quando non capiva, parlava.
Qui, parlare sembrava già un peccato.

«E se non capisco?» chiese infine.

Il Salesiano lo fissò.

«Capirai dopo.»

Benito strinse la maniglia della valigia.

«Io voglio capire prima.»

Il prete fece un mezzo sorriso, ma era un sorriso senza calore.

«Tu vuoi molte cose. Ma qui si fa come si deve.»

E se ne andò, lasciandolo lì.

La prima sera, la preghiera arrivò come una corda che ti stringe il petto.

I ragazzi erano in fila.
Le mani giunte, gli occhi bassi.
Il mormorio delle parole riempiva la cappella e Benito, in mezzo, non riusciva a stare dentro quella voce comune.

Non era ribellione.
Era corpo.

Il suo corpo non sapeva fare la cosa che facevano gli altri: sparire.

Un compagno gli sussurrò qualcosa, ridendo.
Benito non capì la battuta, ma capì il tono: era il tono di chi ti misura e decide che sei diverso.

Benito si girò.

Il prete li vide.

«Mussolini.»

Il nome gli cadde addosso come uno schiaffo.

«Fuori.»

Benito uscì senza chiedere perché.
Non per obbedienza: per orgoglio.
Perché chiedere spiegazioni, in quel posto, significava implorare.

Nel corridoio lo aspettava l’odore del muro.

Il prete gli indicò una panca.

«Seduto. E zitto.»

Benito si sedette.

Restò immobile, con le mani sulle ginocchia.

Non era pentito.
Non sapeva neanche bene cosa doveva pentirsi.

Sapeva soltanto che, se quello era il modo per “educare”, allora lui non voleva essere educato.

Quando finalmente lo rimandarono in stanza, il prete disse:

«Domani imparerai.»

Benito lo guardò.

«Io domani…» iniziò, poi si fermò.

Non voleva dare al prete la soddisfazione di una frase.

Abbassò lo sguardo, ma non come facevano gli altri.
Abbassò lo sguardo per non farsi leggere negli occhi.

I giorni al collegio erano tutti uguali.

Sveglia.
Fila.
Preghiera.
Lezione.
Silenzio.
Lezione.
Silenzio.

Il tempo non passava: veniva misurato.

Benito, invece, aveva sempre avuto un tempo diverso.
Un tempo che correva e inciampava.
Un tempo che si accendeva e poi si spegneva.

Dopo una settimana, gli sembrò di avere già vissuto lì un anno.

Cominciò a rispondere male.
Non sempre. Non per coraggio.
Per stanchezza.

Una mattina, durante la lezione, il maestro gli chiese di leggere ad alta voce.

Benito lesse bene.
Troppo bene.
Con quella velocità che sembrava arroganza.

Il maestro lo interruppe.

«Più piano.»

Benito si fermò.

«Ho letto giusto.»

«Ho detto più piano.»

Benito strinse i denti.

«Ma io capisco così.»

Il maestro lo fissò.

«Qui non conta come capisci tu. Conta come si fa.»

Benito rimase zitto.

Ma dentro, una cosa si muoveva.

Non era una frase.
Non era un motto.

Era un rancore piccolo, ancora senza nome.

L’espulsione arrivò senza un grande dramma.

Arrivò come arrivano certe sentenze: con una firma e un tono neutro, come se si stesse parlando del tempo.

Rosa venne a prenderlo.

Aveva il cappotto scuro, il volto tirato, gli occhi che cercavano di non piangere.

Non lo abbracciò subito.

Lo guardò.

«Che hai fatto?»

Benito alzò le spalle.

«Niente.»

«Niente non esiste.» disse lei. «Niente lo dicono i bugiardi.»

Benito abbassò lo sguardo.

Quella volta non per orgoglio.
Perché aveva vergogna.

Rosa sospirò.

«Tu non puoi vivere così.»

Benito la guardò.

«E come devo vivere?»

Rosa non rispose.
Perché anche lei, a volte, non sapeva.

Quando tornarono a casa, Alessandro li vide da lontano e capì subito.

Non fece domande.

Rise piano, amaro.

«Ti hanno rispedito indietro.»

Benito non disse niente.

Il padre gli mise una mano sulla testa, pesante, sporca di lavoro.

«Non ti preoccupare.» disse. «Il mondo è pieno di posti che vogliono insegnarti a stare al tuo posto. Tu… impara a non starci.»

Rosa lo fulminò con lo sguardo.

«Alessandro!»

Lui scrollò le spalle.

«Che vuoi? Meglio che lo sappia adesso.»

A Forlimpopoli l’aria era diversa.

Non era più il corridoio pulito del collegio.
Era polvere, voci, scarpe consumate, ragazzi che si spingevano nei cortili.

La scuola magistrale “Carducci” aveva muri alti, ma non aveva quel silenzio cattivo.
Qui il rumore era vita.

Benito entrò in classe il primo giorno e sentì subito gli sguardi addosso.

Non era bello.
Non era simpatico.

Ma aveva una cosa che gli altri ragazzi non avevano: la presenza.

Non la presenza del capo.
La presenza di chi sembra sempre pronto a reagire.

Il professore fece l’appello.

«Mussolini.»

Benito rispose secco:

«Presente.»

La parola “presente” gli rimase in bocca come un chiodo.

Con i compagni non fu facile.

Uno gli disse qualcosa sul padre.
Una frase stupida, di quelle che i ragazzi dicono per farsi grandi.

Benito gli saltò addosso senza pensarci.

La rissa durò pochi secondi.
Pugni, spintoni, una sedia che cadde.

Il professore li separò.

«Fuori! Tutti e due!»

Nel corridoio, il ragazzo che Benito aveva colpito si teneva il labbro e rideva, come se volesse far finta che non gli facesse male.

Benito lo guardò.

«Ridi?» chiese.

L’altro sputò sangue.

«Tu sei matto.»

Benito fece un passo avanti.

«Non sono matto.»

«Allora cosa sei?»

Benito non rispose.
Perché non lo sapeva.

Sapeva solo che, ogni volta che qualcuno provava a metterlo sotto, lui sentiva una cosa dentro: un fuoco che gli bruciava il petto.

Il coltellino venne fuori un giorno che nessuno se lo aspettava.

Non fu una scena lunga.
Non fu un piano.

Fu un lampo.

Una parola di troppo.
Una spinta.
Una risata.

Benito sentì la faccia diventare calda e le mani muoversi da sole.

Il metallo brillò per un istante.

Il ragazzo urlò.

Poi il sangue.

Non tanto.
Non abbastanza da uccidere.

Ma abbastanza da cambiare tutto.

Quando arrivò il bidello, Benito era fermo.
Con il coltellino ancora in mano, come se non capisse bene come ci fosse arrivato.

«Che hai fatto?!» gridò l’uomo.

Benito guardò la lama.

Non tremava.
Non piangeva.

Ma era pallido.

«Mi ha…» disse.
E si fermò.

Non riusciva a dire la parola.

Mi ha umiliato.
Mi ha messo sotto.
Mi ha fatto ridere addosso.

Non riusciva.

Il professore lo prese per un braccio.

«Vieni con me.»

Benito lo seguì.

E per la prima volta, mentre camminava nel corridoio, sentì una cosa che non aveva mai sentito davvero:

la paura.

Non di essere punito.
Quella la conosceva.

La paura di essere visto per ciò che era stato in quell’istante.

A casa, Rosa pianse.

Non davanti a lui.
In cucina, quando credeva di essere sola.

Alessandro non pianse.

Bevve un bicchiere di vino e restò in silenzio.

Poi disse una frase sola, senza guardarlo:

«Il coltello non si tira fuori per farsi rispettare. Si tira fuori quando non hai più parole.»

Benito alzò lo sguardo.

«Io le parole ce le ho.»

Alessandro lo fissò finalmente.

«Allora usale.» disse. «Perché un giorno, se non impari… saranno loro a usare te.»

Quella notte Benito non dormì.

Non perché avesse rimorso.

Perché si sentiva stretto.

Come se il mondo fosse una stanza troppo piccola e lui, dentro, non avesse spazio per respirare.

Si alzò.
Accese una candela.

Prese un foglio.
E cominciò a leggere un giornale del padre, piegato e spiegazzato, con l’odore dell’inchiostro.

Le parole, lì, erano dure.
Non erano preghiere.
Non erano regole.

Erano accuse.

Benito le lesse piano.

Non capì tutto.
Ma capì una cosa.

Che il mondo non si divideva solo tra chi comanda e chi obbedisce.

Si divideva anche tra chi parla…
e chi viene messo a tacere.

E lui, questo, non lo sopportava.

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Commenti

Una risposta a “Capitolo II – Non sono venuto per obbedire”

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