Capitolo III – Il giovane maestro e l’esilio

CAPITOLO III – IL GIOVANE MAESTRO E L’ESILIO

(Forlimpopoli – Svizzera, 1901–1903)

Il diploma arrivò come arrivano certe cose che dovrebbero mettere ordine nella vita: con un foglio, una firma, un timbro.

Rosa lo tenne tra le mani come si tiene un oggetto fragile.
Lo guardò a lungo, senza parlare, e quando alzò gli occhi aveva la pelle lucida, come se la gioia le facesse male.

«Maestro.» sussurrò.

Benito restò in piedi, appoggiato allo stipite della porta.
Non sorrideva.
Non perché non fosse contento.
Perché dentro di lui la parola maestro non aveva lo stesso sapore che aveva per sua madre.

Per Rosa, maestro significava salvezza: un lavoro pulito, una vita regolare, un posto nella società.
Per Benito, maestro era una stanza chiusa con venti bambini davanti e un’autorità sopra.

E lui, l’autorità sopra, non l’aveva mai digerita.

Alessandro entrò dalla fucina con le mani nere e l’odore del ferro addosso.
Guardò il foglio, poi guardò il figlio.

«E adesso?» chiese.

Rosa rispose al posto di Benito.

«Adesso lavora.»
La voce le tremò appena. «Adesso si sistema.»

Alessandro fece un verso che poteva essere una risata o un colpo di tosse.

«Sistemarsi…» ripeté.
Poi, più piano: «E chi lo sistema, questo?»

Benito lo fissò.

«Io mi sistemo da solo.»

Alessandro annuì, come se avesse sentito la cosa più naturale del mondo.

Rosa invece si irrigidì.

«Non parlare così. Tu hai un dovere.»

Benito strinse la mascella.

Il dovere, a casa loro, aveva sempre lo stesso volto: quello di Rosa.

La prima scuola fu un edificio basso, con un cortile di terra e finestre che sembravano guardare in basso anche loro.

Pieve Salutare era un posto che non chiedeva nulla e non prometteva niente.
Un paese dove le persone nascevano, lavoravano e morivano senza fare troppo rumore.

Benito arrivò con una valigia leggera e un cappotto che gli stava stretto sulle spalle.

Il direttore lo accolse con un sorriso cortese, già stanco.

«Lei è Mussolini.»

Benito annuì.

«Giovane.» disse il direttore, guardandolo come si guarda una sedia nuova che potrebbe rompersi presto.

Benito non rispose.

Il direttore lo accompagnò fino all’aula.

«Qui ci sono i bambini.»

Benito entrò.

I bambini lo guardarono.
Occhi larghi, facce sporche, nasi rossi.
Un silenzio pieno di curiosità.

Benito si fermò davanti alla cattedra.

Non provò tenerezza.
Provò un fastidio improvviso.

Perché in quegli occhi vedeva una cosa che gli dava paura:
la possibilità di fallire davanti a qualcuno che non aveva colpa.

«Seduti.» disse.

La parola uscì dura, più dura di quanto volesse.

I bambini si sedettero.

Benito prese il gesso.

Scrisse il suo nome sulla lavagna.

MUSSOLINI

Il gesso scricchiolò.

Un bambino in prima fila alzò la mano.

«Maestro…»

Benito lo fissò.

«Che c’è?»

Il bambino esitò.

«Lei… lei è quello che è stato cacciato dai preti?»

Nell’aula si sentì un risolino, piccolo, come una scintilla.

Benito rimase immobile.
Per un attimo il gesso gli si spezzò tra le dita.

Non era rabbia.
Era umiliazione.

Una umiliazione secca, immediata, come uno sputo.

«Chi te l’ha detto?» chiese.

Il bambino strinse le spalle.

«Lo dicono…»

Benito fece un passo avanti.

«Qui non si dice. Qui si studia.»

La frase uscì come un ordine militare.
E mentre la diceva, Benito capì una cosa che non aveva mai capito davvero:

fare il maestro non significava parlare.
Significava trattenersi.

E lui non sapeva trattenersi.

Cominciò la lezione.

Provò a spiegare.
Provò a seguire il programma.

Ma dopo pochi minuti un bambino si girò, un altro tossì, un altro ancora lasciò cadere la penna.

Il rumore lo irritava.
Il disordine lo irritava.

E più si irritava, più alzava la voce.

Finché, a metà mattina, si ritrovò a gridare a un bambino di sette anni come se stesse litigando con un uomo.

Il bambino si mise a piangere.

Benito si fermò.

L’aula si congelò.

Quel pianto gli fece male in un punto che non si aspettava.
Non per pietà.
Per vergogna.

Abbassò lo sguardo, un secondo soltanto.

Poi disse, più piano:

«Basta. Seduto.»

E continuò.

Ma da quel momento capì che quella non era la sua vita.

Non perché fosse “destinato ad altro”.
Ma perché, in quella stanza, si sentiva soffocare.

Quando tornò a casa, Rosa gli chiese:

«Com’è andata?»

Benito si tolse il cappotto e lo appoggiò male, come se fosse un gesto inutile.

«È andata.»

Rosa insistette.

«Ti piace?»

Benito si sedette.

«Non è per me.»

Rosa lo guardò come se avesse detto una bestemmia.

«Non è per te?» ripeté. «E allora per chi è? Per gli altri?»

Benito non rispose.

Perché non sapeva come dire che in lui c’era una cosa che spingeva sempre: una fame che non era solo fame di pane.

Alessandro entrò e capì subito.

«Te l’ho detto.» disse, senza cattiveria. «Chi ti tiene fermo in un’aula più di un mese?»

Rosa si girò verso di lui.

«Non ridere.»

Alessandro non rise.

Bevve un sorso di vino.

«Non rido.» disse. «Mi preoccupo. Perché questo non è uno che si sistema. Questo è uno che si muove.»

Benito alzò gli occhi.

«Io non voglio stare qui.» disse.

Rosa fece un passo avanti.

«E dove vuoi andare?»

Benito guardò la finestra.
Fuori, il paese era piccolo.

«Dove non mi conoscono.» rispose.

La Svizzera non fu una decisione ragionata.
Fu una fuga vestita da scelta.

Benito partì con pochi soldi in tasca e una valigia più leggera della sua rabbia.

Rosa gli mise una camicia pulita tra le mani.

«Non fare sciocchezze.» disse.

Benito annuì.

Alessandro gli infilò in tasca un foglio piegato: un giornale socialista, spiegazzato, con l’odore dell’inchiostro.

«Leggi.» disse. «E ascolta.»

Benito guardò il padre.

«Tu vieni?»

Alessandro scosse la testa.

«Io ho la fucina. Tu hai le gambe.»

Rosa non disse nulla.

Gli sistemò il colletto come si fa con un bambino, anche se ormai bambino non lo era più.
Poi lo abbracciò, forte, come se volesse tenerlo lì.

Benito non ricambiò subito.

Poi, lentamente, appoggiò le braccia sulle spalle della madre.

Non era amore facile.
Era un amore duro.

Si staccò.

E se ne andò senza voltarsi.

Attraversare le Alpi non fu epico.

Fu freddo.

Fu fame.

Fu una notte in cui le dita gli facevano male e lui si accorse che il mondo non aveva nessuna intenzione di essere gentile con lui.

Arrivò a Losanna con le scarpe bagnate e la gola secca.

Cercò lavoro come fanno tutti: chiedendo, aspettando, ingoiando.

Lavò piatti.
Portò sacchi.
Dormì dove capitava.

In una pensione trovò un letto che puzzava di umido.
In un’altra trovò un pavimento.

Una notte dormì con il cappotto addosso e il respiro di un uomo sconosciuto a pochi centimetri dalla faccia.

Il mattino, quando si alzò, capì che la miseria non è solo mancanza di soldi.

È perdita di dignità.

E quella perdita, Benito, non la sopportava.

Un giorno entrò in un circolo socialista.

Non era un posto elegante.
Sedie sgangherate, tavoli sporchi, fumo.

Ma dentro c’era una cosa che gli mancava: parole.

Parole vive, non preghiere.
Non regole.
Parole che accusavano.

Un uomo parlava in francese.
Benito capiva metà, ma la metà che capiva bastava.

Quando l’uomo finì, ci fu un applauso stanco.

Benito si alzò.

Non perché avesse un discorso pronto.
Perché non riusciva a stare zitto.

Disse due frasi in italiano.
Poi provò con il francese.
Poi tornò all’italiano.

Parlava male, ma parlava con una forza che faceva voltare la gente.

Qualcuno rise.

Qualcuno lo ascoltò.

Qualcuno, in fondo alla sala, lo guardò come si guarda uno che può diventare un problema.

Quando Benito si sedette, un uomo accanto a lui disse:

«Tu parli troppo.»

Benito lo fissò.

«E tu ascolti poco.» rispose.

L’uomo sorrise.

«Attento. Qui non sei in Romagna.»

Benito abbassò lo sguardo un secondo, poi lo rialzò.

«Lo so.»

Ma non sapeva fino in fondo cosa significasse.

La polizia svizzera non aveva bisogno di inventarsi niente.

Benito faceva tutto da solo: compariva, parlava, agitava, si faceva notare.

Un giorno lo fermarono per strada.

Due uomini.
Giacca scura.
Volti senza espressione.

«Mussolini Benito?» chiese uno, in un italiano pulito.

Benito annuì.

«Documenti.»

Benito infilò la mano in tasca e tirò fuori ciò che aveva.

Poco.

Troppo poco.

L’uomo lo guardò e capì.

«Lei non ha un domicilio fisso.»

Benito fece un mezzo sorriso.

«E allora?»

L’altro non sorrise.

«Allora viene con noi.»

Il carcere di Berna non era un inferno.
Era peggio: era freddo e normale.

Una cella.
Un letto duro.
Un odore di pietra umida.

Benito si sedette sul bordo.

Per un attimo sentì una cosa salire dal petto, come un nodo.

Non era paura di restare lì.

Era paura di essere piccolo.

Perché la prigione ti riduce.

E lui, ridotto, non si sopportava.

Un secondino aprì lo spioncino.

«Silenzio.»

Benito alzò gli occhi.

«Quanto resto?»

Il secondino lo guardò.

«Finché serve.»

Benito sorrise, ma era un sorriso cattivo.

«Allora servirà poco.» disse.

Il secondino chiuse lo spioncino.

Benito restò da solo.

E in quel silenzio capì un’altra cosa:

se voleva essere libero, non bastava gridare.
Doveva imparare a resistere.

Cinque mesi non gli cambiarono la vita in un giorno.
Ma gli insegnarono una disciplina nuova.

Non quella dei preti.

Quella del rancore.

Quando uscì, l’aria di fuori gli sembrò troppo larga.

Camminò per strada come se il mondo fosse una stanza diversa.
Non migliore. Solo diversa.

Aveva fame.
Aveva freddo.
Aveva rabbia.

Ma aveva anche una certezza che prima non aveva:

la libertà non te la regalano.

Te la fanno pagare.

E lui, pagare, ormai lo stava facendo.

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