
(Forlì, 1909)
Il foglio era bianco.
Non bianco come una cosa pulita.
Bianco come una cosa che ti guarda e ti sfida.
La luce entrava alta, tagliata dalle sbarre, e cadeva sul pavimento come una grata disegnata.
Benito la guardava spostarsi piano, centimetro dopo centimetro.
Era l’unico orologio che aveva.
La mattina la striscia toccava il muro opposto.
A mezzogiorno gli arrivava sulle scarpe.
La sera spariva senza salutare.
Così capiva che un altro giorno era passato.
Non succedeva niente.
Nessuno gridava il suo nome.
Nessuno lo insultava.
Nessuno lo ascoltava.
E per uno come lui, abituato al rumore delle piazze, quel silenzio era peggio di uno schiaffo.
Il silenzio ti costringe a sentire te stesso.
E Benito non era mai stato un uomo che amava sentirsi troppo.
Benito lo fissò a lungo, seduto sul pagliericcio.
Il carcere aveva un odore umido che entrava nei vestiti e non usciva più.
Le ore erano tutte uguali, e proprio per questo diventavano pesanti.
Aveva parlato per anni.
Aveva riempito piazze e osterie di parole.
Ma adesso non c’era nessuno.
Nessuna folla.
Nessun applauso.
Nessun nemico che rispondesse.
Solo lui.
E quella era la parte più difficile.
Il secondino, passando, aveva detto con indifferenza:
«Se vuoi scrivere, scrivi. Così ti calmi.»
Benito non si era calmato.
Aveva preso carta e penna come si prende un coltello: non per gioco, ma per necessità.
Appoggiò il foglio sulle ginocchia.
Si bagnò la punta della penna nel calamaio.
E cominciò.
Non con una confessione.
Non con un ricordo dolce.
Cominciò con una frase che sembrava già una sfida:
La mia giovinezza è stata tempestosa.
La scrisse lentamente.
Poi si fermò.
Rilesse.
Gli piacque.
Non perché fosse vera — anche se lo era.
Gli piacque perché suonava come una sentenza.
E lui, quando scriveva, voleva questo:
non raccontare.
incidere.
Scrisse ancora.
Parole su parole, come se il foglio fosse una piazza.
A ogni frase, Benito si vedeva meglio.
O almeno si vedeva come voleva essere visto.
Non era un diario.
Era un ritratto.
E i ritratti, se li fai tu, non vengono mai innocenti.
Dopo un’ora, la mano gli faceva male.
La penna graffiava.
L’inchiostro macchiava il foglio.
Benito si fermò e guardò le sue dita nere.
Gli venne da ridere.
Alla fine è sempre inchiostro, pensò.
O ferro. O sangue.
Si sdraiò un momento.
Il soffitto era basso.
Eppure la testa gli correva.
Vide la fucina di Alessandro.
Sentì l’odore del carbone.
Sentì la voce di Rosa che gli diceva di studiare, di essere “buono”.
Buono.
Quella parola gli dava fastidio.
Non perché volesse essere cattivo.
Ma perché “buono”, per molti, significava solo una cosa:
zitto.
Benito si rimise seduto.
Riprese a scrivere.
Scrisse dei suoi spostamenti.
Non li chiamò precarietà.
Non li chiamò miseria.
Li chiamò cammino.
Scrisse di città come si scrive di nemici superati.
Tolmezzo.
Trento.
Forlì.
Ogni nome era una prova.
Ogni prova diventava un merito.
E mentre scriveva, Benito capì una cosa che gli fece quasi paura:
gli piaceva raccontarsi.
Gli piaceva costruire un’immagine di sé che fosse più forte della cella, più forte delle sbarre.
Perché un uomo può essere chiuso in prigione.
Ma se riesce a convincersi di essere “grande”, allora la prigione diventa solo un episodio.
E Benito non voleva essere un episodio.
Voleva essere una storia.
Il giorno dopo, gli portarono una lettera.
Rosa.
La busta era piegata bene, ordinata, quasi timida.
Benito la aprì con calma, ma dentro sentì subito quel nodo che gli veniva sempre quando leggeva la scrittura della madre.
Rosa scriveva come viveva: con disciplina.
Gli chiedeva di essere prudente.
Di usare il cervello.
Di pensare al lavoro.
Gli parlava di Dio senza imporlo, come se Dio fosse una stanza che si può sempre attraversare, anche quando tutto crolla.
Benito lesse fino in fondo.
Poi appoggiò la lettera sul pagliericcio.
Non rispose.
Non subito.
Perché rispondere significava ammettere che quella voce lo toccava.
E lui non voleva essere toccato.
Voleva essere duro.
Arrivò anche una lettera di Alessandro.
Poche righe, ma pesanti.
Non c’erano preghiere.
C’era orgoglio.
Se ti hanno messo dentro, vuol dire che ti temono.
Continua.
Non piegarti.
Benito sorrise.
Quella lettera gli faceva bene e male insieme.
Perché era una spinta.
Ma anche una condanna.
Perché “continua” significava una vita senza pace.
E Benito, pace, non ne aveva mai avuta.
La terza notte, mentre scriveva, gli venne in mente una frase.
Una frase che non era politica.
Non era un comizio.
Era una cosa quasi ridicola, se detta ad alta voce.
Che cosa mi riserva l’avvenire?
La scrisse.
Poi rimase fermo.
La guardò come si guarda una porta socchiusa.
Non sapeva cosa ci fosse dietro.
Ma sapeva che dietro c’era qualcosa.
E quella sensazione — quella fame di futuro — gli bruciava più della fame di pane.
Quando pensò alle donne, scrisse due righe e basta.
Non perché non ne avesse avute.
Ma perché, in quel foglio, le donne erano un dettaglio.
Non voleva far vedere le sue debolezze.
Non voleva far vedere la carne.
Voleva far vedere l’uomo.
E l’uomo, per lui, era lotta.
Poi, però, arrivò Rachele.
E con Rachele fu diverso.
Non perché fosse poesia.
Perché era casa.
Benito scrisse il suo nome e sentì una cosa strana nello stomaco:
un peso caldo, quasi un rimorso.
Scrisse:
Ora amo profondamente Rachele.
E per un attimo non aggiunse altro.
Perché non voleva rovinare quella frase con l’enfasi.
Rachele non era una bandiera.
Era un punto fermo.
E i punti fermi, nella vita di Benito, erano rarissimi.
Quando finì, non si sentì più libero.
Si sentì più vero.
Ma anche più pericoloso.
Perché adesso aveva qualcosa che poteva sopravvivere alle sue giornate:
un testo.
E un testo, se finisce nelle mani giuste, può diventare una miccia.
Benito guardò le pagine.
Le accarezzò con due dita.
Non con tenerezza.
Con possesso.
Poi si sdraiò.
Chiuse gli occhi.
E capì che la prigione non gli aveva tolto la voce.
Gliel’aveva soltanto resa più precisa.
Fuori, nel corridoio, una chiave girò nella serratura.
Un rumore qualunque.
Ma a lui sembrò l’inizio di qualcosa.
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