
(Forlì, 1910)
La stanza era più povera di quanto Benito si aspettasse.
Non un ufficio.
Non una redazione come quelle che aveva immaginato, con scaffali e ordine.
Solo una stanza umida, muri scrostati, una finestra che non chiudeva bene e un tavolo che traballava.
Sul tavolo c’erano fogli sparsi, bozze corrette a matita, una tazza con il fondo nero di caffè freddo.
E l’odore: quello sì, era inconfondibile.
Inchiostro.
Un odore acre che non ti lasciava più.
Un odore che entrava nelle mani e restava sotto le unghie anche dopo il lavaggio.
Un uomo magro, con la giacca lisa, gli fece cenno di sedersi.
«Questo è quello che abbiamo.» disse.
«Poco. Ma è nostro.»
Benito non si sedette subito.
Guardò la stanza come si guarda un’arma smontata: capendo dove mettere le mani.
«E il giornale?» chiese.
L’uomo sospirò.
«Un foglio socialista. Esce quando riusciamo. Quando ci sono i soldi. Quando la tipografia non ci manda via.»
Benito prese una bozza dal tavolo.
Righe grigie, prudenti.
Un linguaggio che voleva essere corretto, e per questo non colpiva.
Benito la lasciò ricadere.
«Così non serve a niente.» disse.
L’uomo lo fissò.
«E allora come dovrebbe essere?»
Benito si avvicinò al tavolo, appoggiò le mani sul legno.
«Deve fare male.» disse.
«Deve bruciare.»
Ci fu un silenzio breve.
Uno dei compagni, seduto in fondo, tossì.
«E come lo chiamiamo, questo foglio che brucia?»
Benito alzò gli occhi.
Non ci pensò troppo.
Le parole uscirono come escono le cose semplici.
«La Lotta di Classe.»
Qualcuno ripeté sottovoce, come a provarne il suono.
«Lotta… di classe…»
Benito annuì.
«Due parole. Niente profumi. Niente mezze frasi.»
Poi aggiunse: «Se uno lo legge deve capire subito da che parte sta.»
La tipografia era un inferno caldo.
Rumore di ferri, tintinnio di caratteri mobili, macchina che sbuffava come un animale.
Le mani degli operai erano nere.
Il pavimento era sporco di carta.
Il tipografo li guardò con la faccia di chi ne aveva visti tanti.
«Avete i soldi?» chiese.
Benito rispose senza alzare la voce.
«Abbiamo il testo.»
Il tipografo rise.
«Il testo non paga il carbone.»
Benito non rise.
Si avvicinò al banco dove stavano i caratteri.
Li prese in mano, uno per uno.
Sembravano piccoli, innocui.
Eppure Benito li fissò come si fissano i proiettili.
«Questi fanno più paura dei soldi.» disse.
Il tipografo lo guardò meglio.
«Tu sei quello del carcere.»
Benito annuì.
«Sì.»
Il tipografo sputò di lato.
«Fate presto. Prima che arrivino a romperci le scatole.»
Quella notte, Benito restò in tipografia fino a tardi.
Corresse frasi.
Tagliò parole.
Togliendo tutto ciò che sembrava prudenza.
Uno dei compagni gli disse:
«Ma così ci chiudono.»
Benito non alzò nemmeno la testa.
«Meglio chiusi per quello che diciamo, che aperti per quello che non diciamo.» rispose.
Poi prese una riga e la riscrisse.
Non voleva “spiegare la società”.
Voleva colpire.
Quando finì, l’operaio stampò il primo foglio.
Il giornale uscì caldo, come pane appena sfornato.
Ma non profumava.
Puzzava di inchiostro e lotta.
Benito lo prese.
Lo guardò.
E per un attimo non disse niente.
Non perché fosse emozionato.
Perché stava misurando quella cosa nuova:
una voce che non aveva bisogno della piazza per esistere.
Il giorno dopo, lo portarono all’osteria.
Ne lasciarono una pila sul banco.
Un contadino lo prese con le mani grosse e lesse ad alta voce due righe.
Si fermò.
«Questo scrive come uno che c’ha fame.» disse.
Un altro rise.
«E infatti ce l’ha.»
Benito li ascoltò senza intervenire.
Gli piaceva quel momento più di un applauso.
Perché non era teatro.
Era presa.
La piazza tornò quasi subito.
Un comizio improvvisato, un tavolo, un cappello calato sugli occhi, uomini stretti per il freddo.
Benito non aveva bisogno di scaldarsi.
Si scaldava parlando.
Non citò libri.
Non fece filosofia.
Alzò il giornale.
«Questo non è carta.» disse.
«Questo è un avviso.»
La folla si mosse.
Qualcuno urlò: «Diglielo!»
Benito fece un passo avanti.
«Nessuno vi regala niente.»
«Nessuno vi difende se non vi difendete da soli.»
«E chi vi dice “aspettate”… vi sta rubando la vita.»
In fondo, due uomini prendevano appunti.
Benito li vide.
Non cambiò tono.
Anzi.
«Scrivete bene.» disse, indicando con il mento.
«Che poi ci rileggo.»
La sera, nel loro alloggio povero, Rachele lo aspettava.
Non con la faccia della donna devota.
Con la faccia di chi vive con un uomo difficile e non ha più tempo per le illusioni.
Benito entrò con il giornale sotto il braccio.
Rachele guardò quella carta come si guarda una fiamma troppo vicina.
«Ti denunceranno.» disse.
Benito si tolse il cappotto.
«Mi denunciano sempre.»
Rachele fece un passo avanti.
«E ogni volta ti sembra una medaglia.»
Poi lo fissò. «Ma io sono stanca di medaglie. Io voglio che torni vivo.»
Benito rimase fermo.
Quella frase lo colpì più di un insulto della polizia.
Perché non era politica.
Era carne.
Rachele gli prese il giornale dalle mani e lo appoggiò sul tavolo.
«Tu vuoi bruciare tutto.» disse piano. «Ma ricordati una cosa: quando brucia una casa, non scegli cosa salvare.»
Benito la guardò.
Per un attimo sembrò volesse rispondere con una frase “da capo”.
Poi non la trovò.
E questo, per lui, era raro.
«Io non so stare zitto.» disse soltanto.
Rachele annuì.
«Allora impara almeno quando fermarti.» rispose.
Quella notte, Benito si sedette di nuovo al tavolo.
Prese un foglio.
Scrisse due righe.
Non per il giornale.
Per sé.
Poi le strappò.
Si accese una sigaretta.
E capì che la vera battaglia non era solo contro i padroni o contro i preti.
Era contro la sua stessa fame.
Quella fame di essere ascoltato.
E La Lotta di Classe gli dava finalmente un modo:
non urlare sempre.
Scrivere.
E lasciare che le parole facessero il lavoro sporco.
Senza saliva.
Senza fiato sprecato.
Solo segni neri su carta bianca.
Più freddi.
Più precisi.
Più duri di qualunque urlo.
La voce si spezza.
La carta resta.
La piazza dimentica.
L’inchiostro no.
Restava lì, anche quando tutti tornavano a casa.
Anche quando le sedie venivano accatastate.
Anche quando le mani si arrendevano alla stanchezza.
Un foglio poteva passare di tasca in tasca.
Di stalla in stalla.
Di osteria in osteria.
Senza chiedere permesso.
Senza chiedere coraggio.
Arrivava.
E parlava da solo.
Benito guardò le dita.
Nere.
Le strofinò contro i pantaloni, ma l’inchiostro non se ne andava.
Gli piacque.
Non sembrava sporco.
Sembrava un marchio.
Come se quel nero dicesse:
hai toccato qualcosa che resta.
Fuori, la strada era quasi muta.
Un carretto lontano.
Un cane.
Il vento contro gli scuri.
Forlì dormiva.
Lui no.
Non aveva mai saputo dormire quando sentiva di aver iniziato qualcosa.
Camminò avanti e indietro nella stanza.
Tre passi.
Muro.
Tre passi.
Tavolo.
Sempre lo stesso spazio.
Sempre troppo stretto.
Come se il mondo fosse più piccolo della sua testa.
Si fermò davanti alla pila di giornali.
Li toccò.
Ancora tiepidi.
Carta povera, ruvida.
Ma vivi.
Non erano più parole sue.
Erano già di chi li avrebbe letti.
Del contadino.
Dell’operaio.
Di uno che non aveva tempo per i discorsi lunghi.
Se una frase non entrava subito, era inutile.
Se una frase non feriva, era morta.
Capì che quello era il suo mestiere.
Non insegnare.
Non convincere.
Colpire.
Come un martello.
Una volta.
Secca.
E lasciare il segno.
Spense la sigaretta sul piattino.
Si sedette.
Prese un altro foglio.
Scrisse solo una riga.
Poi la guardò a lungo.
Non sorrise.
Non era felicità.
Era qualcosa di più duro.
Somigliava alla fame.
E forse lo era davvero.
La fame di non sparire.
La fame di contare.
La fame di lasciare una traccia anche quando la voce si fosse spenta.
Piegò il foglio.
Lo infilò nella tasca interna del cappotto.
Come si fa con le cose che non vuoi perdere.
Poi soffiò sulla lampada.
Buio.
Solo l’odore dell’inchiostro.
E quella strana certezza che lo teneva sveglio:
da domani
non avrebbe più parlato soltanto alle persone.
Avrebbe parlato al tempo.

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Una risposta a “Capitolo VII – La Lotta di Classe”
[…] Vai capitolo 7 – Vai capitolo 9 […]
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