📚 Chi studia una vita fa la fame, chi non studia fa carriera

Il paradosso italiano spiegato in poche (amare) righe

Si parla di Gaza, della Russia, della Cina. I talk show rimbalzano da una crisi internazionale all’altra, con esperti pronti a spiegare scenari globali.
Ma dei problemi che abbiamo sotto gli occhi, nessuno parla. Perché? Forse perché l’argomento scotta.

Meglio discutere di geopolitica a migliaia di chilometri di distanza, piuttosto che ammettere che in Italia chi studia una vita finisce spesso a fare la fame, mentre chi non studia trova scorciatoie e fa carriera.
È un paradosso di cui ci vergogniamo, e che proprio per questo preferiamo nascondere sotto il tappeto.


🔹 Il paradosso italiano

In Italia funziona così: più titoli hai, meno vali.
Studiare non è un investimento, ma quasi un vizio. E chi ci casca, rischia di pentirsene.

Non è solo un’impressione: secondo i dati Eurostat, un laureato italiano guadagna in media il 20% in meno rispetto ai coetanei europei. E per un dottorato la situazione non migliora: le borse sono limitate, le prospettive incerte, i contratti spesso a termine.
Al contrario, chi “salta la fila” con amicizie giuste, slogan pronti o follower a milioni, finisce in posizioni di comando con stipendi da manager.


🔹 Il paradosso quotidiano

Lo vediamo ogni giorno.

  • L’ingegnere precario che progetta infrastrutture, guadagna meno dell’influencer che sponsorizza bibite energetiche.
  • L’insegnante che forma generazioni di studenti, pagato meno del “coach motivazionale” improvvisato su TikTok.
  • Il ricercatore costretto a emigrare, mentre in patria il politico senza laurea discetta di economia mondiale.

In Italia la fatica non paga. Anzi: spesso è punita.


🔹 La logica rovesciata

Non conta ciò che sai, ma chi conosci.
Non importa la competenza, ma la furbizia.
Il merito? Solo una parola da inserire nei discorsi ufficiali, che ha il destino delle promesse: resta lettera morta.

È così che si spiega il paradosso: chi studia viene spesso umiliato, chi non studia “sfonda”.
L’Italia è l’unico Paese europeo in cui un diploma o una laurea non garantiscono un aumento di stipendio proporzionale, ma spesso solo un ritardo nell’ingresso nel mondo del lavoro.


🔹 La conseguenza: valigie piene di libri

E allora i giovani partono.
Valigie piene di libri, lingue imparate, sogni sudati sui banchi. Partono perché qui non basta studiare: bisogna arrangiarsi.

Chi resta, lo fa accettando stipendi da fame e dignità ridotta a favore concesso. E mentre il Paese si svuota, la retorica ufficiale continua a dire che “i giovani sono il futuro”.


🔹 Una storia simbolica

Prendiamo due ragazzi immaginari, Luca e Marco.

Luca studia. Si laurea con 110 e lode in ingegneria, fa un master, parla tre lingue. Dopo anni di precariato, trova lavoro a 1.200 euro al mese. Alla prima occasione, parte per la Germania, dove guadagna il doppio e viene valutato per ciò che sa fare.

Marco invece non studia. Finite le superiori, coltiva le conoscenze giuste: qualche amicizia politica, un po’ di “visibilità” sui social, tante serate in cui imparare l’arte di essere sempre al posto giusto. A 30 anni, è già dirigente in un ente pubblico. Non perché sia competente, ma perché “così funziona”.

Chi ha studiato, ha fame. Chi non ha studiato, fa carriera.


🔹 La satira amara

“Studia che ti serve per il futuro” era il mantra delle nonne. Oggi si potrebbe tradurre in:
“Studia che poi andrai all’estero, qui non c’è posto per te”.

La verità è che in Italia l’ascensore sociale è bloccato al piano terra. Chi ha studiato troppo resta in coda, mentre chi si arrangia trova scorciatoie.
Il risultato? Un Paese che esporta cervelli e importa influencer.


🔹 Non solo rabbia: il rischio per tutti

Non è solo questione di ingiustizia individuale: è un problema collettivo.
Un Paese che svaluta lo studio e premia la furbizia è un Paese destinato a impoverirsi, non solo economicamente ma soprattutto culturalmente.

Perché senza competenze, senza ricerca, senza cultura, la società non cresce. Si limita a sopravvivere. E la sopravvivenza, lo sappiamo, non è mai sinonimo di futuro.


🔹 La domanda finale

Il paradosso italiano si riassume così:

  • Chi studia, fatica ma non viene riconosciuto.
  • Chi non studia, spesso fa carriera grazie a scorciatoie e conoscenze.

La domanda è semplice: fino a quando accetteremo questo gioco al ribasso?


👉 E tu, cosa ne pensi? È ancora vero che lo studio è un ascensore sociale, o ormai in Italia l’ascensore è bloccato al piano terra?

✍️ Pensieri Scomposti – Il Sognatore Lento