
👉 Il motivo è giusto, il mezzo rischia di essere sbagliato. La scuola dovrebbe servire a capire, non a chiudere.
Negli ultimi giorni si è parlato di possibili mobilitazioni legate all’eventuale attacco alla flottiglia diretta verso Gaza. Tra le proposte di alcuni sindacati di base e collettivi studenteschi, è comparsa anche quella di “bloccare la scuola” in segno di protesta. Una parola che pesa: bloccare.
Il diritto alla protesta
Viviamo in una democrazia, e questo significa che il dissenso ha diritto di esistere. Anzi, senza dissenso una democrazia si svuota e si trasforma in una facciata. Lo sciopero, le manifestazioni, i cortei: sono strumenti che la Costituzione tutela e che hanno permesso, in passato, conquiste sociali importanti.
Quando una parte di società si mobilita per difendere i diritti umani, non si può liquidare il gesto come marginale o strumentale. Significa che c’è ancora chi non si rassegna all’indifferenza.
Il simbolo scuola
Eppure qui entra in gioco un simbolo particolare: la scuola. Non un luogo di produzione o di consumo, non una fabbrica né un supermercato, ma il cuore formativo della società.
Bloccare una scuola significa sospendere, anche solo per un giorno, il diritto all’istruzione di migliaia di studenti. Non è un diritto dei sindacati, non è un diritto dei docenti: è un diritto dei ragazzi.
In altre parole, la scuola non appartiene a chi protesta. Appartiene ai giovani, che hanno diritto a ricevere strumenti critici proprio per poter capire cosa accade nel mondo.
Capire, non chiudere
Se l’obiettivo è denunciare un’ingiustizia, il mezzo deve essere coerente. Trasformare una scuola in un luogo di dibattito, di assemblea, di confronto su quanto sta avvenendo nel Mediterraneo, sarebbe un gesto potente. Molto più potente che sprangare un cancello o interrompere una lezione.
La scuola è il luogo dove si semina coscienza. E se davvero vogliamo che le nuove generazioni abbiano strumenti per leggere la complessità dei conflitti, allora è dentro le aule che bisogna aprire la discussione.
Protesta o pedagogia?
Una protesta è efficace quando raggiunge la società esterna, non quando si limita a chiudere uno spazio interno. Bloccare una strada, un porto, un ministero: colpisce chi governa, chi decide. Bloccare una scuola colpisce solo chi la frequenta, ovvero studenti che non hanno colpe e che spesso hanno solo bisogno di crescere, imparare, capire.
E allora la domanda è: la protesta vuole punire i potenti o vuole punire i ragazzi?
Un’alternativa possibile
C’è un’altra via: dichiarare un’assemblea straordinaria in tutte le scuole. Non una serrata, non un giorno perso, ma un giorno guadagnato. Un’occasione in cui docenti e studenti si fermano a discutere di ciò che accade. Si proiettano documenti, si leggono testimonianze, si ascoltano voci diverse.
Sarebbe una lezione di democrazia vera, quella che non compare sui libri ma si vive sulla pelle.
Perché insegnare non significa solo spiegare la seconda guerra mondiale o l’Illuminismo, ma anche saper leggere il presente.
Il rischio del gesto sbagliato
Il rischio, se si sceglie la via del blocco, è duplice. Da un lato si perde consenso nell’opinione pubblica, che vede studenti e docenti come “disturbatori” più che come portatori di un messaggio. Dall’altro si tradisce proprio l’idea di scuola come luogo di crescita.
Chiudere una scuola per denunciare una violenza rischia di essere una contraddizione: si finisce per negare un diritto per rivendicarne un altro.
La coerenza dei mezzi
Ogni lotta ha bisogno di coerenza. Chi protesta per la pace deve scegliere strumenti di pace, chi difende i diritti deve rispettare i diritti.
Se chiediamo al mondo di ascoltare la voce dei civili, allora dobbiamo essere i primi a non calpestare i civili più piccoli: gli studenti.
Una responsabilità educativa
Docenti e sindacati hanno una responsabilità in più rispetto ad altri lavoratori: quella educativa. Non si tratta solo di difendere la propria categoria, ma di custodire un bene comune che è la formazione delle nuove generazioni.
Ogni scelta, ogni gesto, deve tenerne conto.
Conclusione
👉 Il motivo è giusto, il mezzo rischia di essere sbagliato.
La scuola non va bloccata, va aperta. Non va chiusa a chiave, ma trasformata in un’agorà dove i ragazzi imparano che la libertà si difende discutendo, ragionando, ascoltando.
Se davvero vogliamo onorare chi rischia la vita per portare aiuti umanitari, la risposta non può essere un cancello chiuso. La risposta deve essere una porta spalancata sulla coscienza civile.