Episodio 46 – Dal Reno al Tamigi: il nuovo inizio di Matteo

“Dal Meno al Tamigi: l’addio alla Germania, la traversata del Mare del Nord e il primo approdo a Londra. Un nuovo capitolo della vita di Matteo comincia qui.”

Si parte per l’Inghilterra
Sogni, nostalgia e la prima volta a Londra: Matteo lascia la Germania e approda a una nuova avventura.

Il giorno prima della partenza fu una giornata colma di emozioni. Matteo salutò tutti, uno ad uno, con le lacrime agli occhi. Abbracciò Sofia e Maria, che gli augurarono buona fortuna come due sorelle maggiori. Salutò Morra, lo spagnolo, che gli strinse la mano con forza e gli ricordò ancora una volta che l’inglese sarebbe stata la chiave del futuro.

L’addio più difficile fu con Antonio, il compagno con cui aveva condiviso l’arrivo in Germania e tanti mesi di vita insieme. Si strinsero in un lungo abbraccio, consapevoli che le loro strade si sarebbero divise. Poi ci fu Jurgen, che lo accolse dietro il bancone per un ultimo brindisi: poche parole, ma uno sguardo che diceva tutto. Infine Mutti, che lo baciò affettuosamente sulla guancia, come avrebbe fatto una madre, augurandogli ogni bene.

Con il biglietto già in tasca e il telegramma del suo arrivo a Victoria Station pronto, Matteo lasciò Francoforte con il cuore pieno di ricordi e speranze.

Il viaggio lo portò prima a Ostenda, sul Mare del Nord, per l’imbarco sul traghetto. La traversata fu lunga, molto più di quella che conosceva bene tra Piombino e Portoferraio, quando andava all’Elba. Questa volta il mare era diverso: più vasto, più cupo, con onde alte che sbattevano sullo scafo come a volerlo mettere alla prova. L’odore salmastro dell’acqua si mescolava al gasolio del motore, il vento gelido tagliava la pelle, e il rollio continuo lo costrinse più volte ad aggrapparsi alle ringhiere. Ogni ora che passava, Matteo sentiva crescere insieme la nostalgia e l’attesa.

Quando il traghetto attraccò e la sagoma bianca delle scogliere di Dover apparve all’orizzonte, fu come entrare in un nuovo mondo. Da lì prese il treno per Londra e arrivò a Victoria Station nel pomeriggio inoltrato. Sul binario lo attendeva Giuseppe, il cugino di Nicola. Si presentarono con un sorriso e una stretta di mano: «Piacere, benvenuto a Londra.»

Uscirono insieme e per Matteo iniziò un’altra “prima volta”: la metropolitana. A Francoforte non c’era ancora, e lui non l’aveva mai vista. Giuseppe gli fece il biglietto e iniziarono a scendere, giù, giù… sembrava non finire mai. Scale mobili interminabili, corridoi illuminati da neon, un via vai di gente che camminava veloce senza mai fermarsi. Per Matteo era come entrare nel ventre della terra. Presero la metro, poi cambiarono linea soltanto una volta. Alla fine Matteo lesse sul cartello della stazione il nome che gli sarebbe rimasto impresso: West Ham, il quartiere di Londra dove abitava Giuseppe.

Appena uscito, ebbe un colpo d’occhio diverso da quello a cui era abituato. Case basse in mattoni rossi, piccoli giardini curati, negozi di quartiere e soprattutto una moltitudine di persone di origini diverse. Vedeva facce e udiva lingue che non aveva mai incontrato tutte insieme: indiani, caraibici, irlandesi, cinesi. Londra si rivelava già per quello che era: un crocevia del mondo.

La moglie di Giuseppe lo accolse con gentilezza e lo accompagnò nella sua camera. La sera cenarono insieme, parlando del più e del meno. Fu allora che Matteo apprese un dettaglio importante: non avrebbe lavorato nello stesso hotel di Giuseppe, ma al Royal Lancaster, un grande albergo londinese. Il

ruolo era da commis, non di sala come aveva chiesto, ma di bar. Per lui non faceva differenza: ormai conosceva bene entrambi i reparti e voleva solo mettersi alla prova.

Il giorno dopo Giuseppe lo accompagnò al Royal Lancaster. Dopo le formalità di ingresso, Matteo incontrò i barman e gli altri commis, visitò la sala da pranzo e ricevette il suo orario di lavoro. Giuseppe poi lo lasciò: anche lui doveva raggiungere il suo hotel. Matteo, con i biglietti della metro già in tasca e le istruzioni ben chiare, tornò a West Ham da solo.

Fu proprio durante quel ritorno che iniziò ad assaporare la città. Londra era un mondo a sé: il traffico frenetico dei bus rossi a due piani, i taxi neri che correvano rumorosi, le voci in inglese che gli arrivavano come un brusio incomprensibile ma affascinante. Non capiva quasi nulla di ciò che dicevano i passanti, se non qualche parola isolata: sorry, please, thank you. Eppure quell’inglese veloce e continuo lo colpiva, lo incuriosiva, lo stimolava.

Matteo camminava con gli occhi spalancati, cercando di imprimersi tutto nella memoria: le insegne luminose dei negozi, i pub pieni di gente che rideva ad alta voce, l’odore di fritto che usciva dalle fish & chips. Era stordito e allo stesso tempo elettrizzato: capì subito che quella città lo avrebbe messo alla prova come nessun’altra.

Tornò senza intoppi a West Ham, con i biglietti della metro ben custoditi in tasca e il cuore colmo di emozioni nuove. Si sentiva pronto ad affrontare il primo giorno di lavoro al Royal Lancaster Hotel, dove avrebbe cominciato davvero la sua avventura londinese.