
Nel 1921 l’Italia non sembrava più sul punto di esplodere come nel 1920.
Le occupazioni delle fabbriche diminuivano. Le piazze, a tratti, respiravano.
Ma non era pace.
Era una febbre che si abbassa senza guarire.
Nelle campagne dell’Emilia e della Toscana il rosso non spariva: veniva coperto. E dove prima sventolavano bandiere, adesso si sentivano passi.
Gruppi che arrivavano di notte, senza musica e senza bandiere: solo silenzi, bastoni, ordini brevi.
Le cooperative, le Case del Popolo, i circoli operai… diventavano bersagli come trincee.
Non per conquistare un edificio, ma per conquistare una sensazione:
qui comandiamo noi.
Lo Stato guardava.
A volte interveniva.
Più spesso calcolava.
E quando uno Stato calcola troppo, smette di governare.
Mussolini lo capì prima degli altri.
Non perché fosse più intelligente.
Ma perché era più ambizioso.
Il caos è utile per salire.
Ma non è utile per restare.
E se voleva arrivare al potere, non poteva più essere soltanto il capo di bande sparse e fedeli a metà.
Doveva diventare qualcosa di riconoscibile.
Di presentabile.
Di politico.
Una sera, nella redazione del Popolo d’Italia, mentre Milano tossiva fumo e tram, Mussolini rimase in piedi davanti a una carta geografica piena di puntini.
Erano sezioni.
Gruppi.
Contatti.
Non era più un movimento: era un organismo che cresceva senza ossa.
Un giovane gli disse con entusiasmo:
«Direttore… ormai siamo ovunque!»
Mussolini non sorrise.
«Ovunque non significa niente, se non siamo uno.»
Poi indicò i puntini con il dito.
«Questi non devono essere fuochi. Devono diventare una linea. Una forza. Una macchina.»
Era la parola giusta.
Macchina.
Nel 1921 Mussolini fece una cosa che, solo pochi anni prima, avrebbe definito marcia nel fango.
Si candidò.
E non da solo: dentro un’alleanza che puzzava di vecchio mondo, di notabili e di compromessi.
Il Blocco Nazionale.
Liberali.
Nazionalisti.
Gente che lui aveva insultato per anni.
Il Mussolini che sputava sul Parlamento, adesso ci entrava.
Non per rispetto.
Per conquista.
In privato, qualcuno gli fece notare l’incoerenza.
Lui rispose senza esitazione:
«La politica non è un catechismo. È una scala. E io salgo.»
Quando arrivò la notizia dell’elezione, non ci fu festa.
Non vera.
C’erano strette di mano, occhi lucidi, brindisi rapidi.
Ma Mussolini non si ubriacò.
Guardò il foglio con il suo nome e rimase qualche secondo in silenzio.
Poi disse solo:
«Adesso comincia.»
Perché sapeva che essere deputato non significava vincere.
Significava diventare legittimo.
E la legittimità, in politica, è un’arma più lenta…
ma più duratura della violenza.
A Roma, nei corridoi della Camera, Mussolini appariva diverso.
Giacca scura.
Cravatta sobria.
Barba rasata.
Tono controllato.
Non era l’uomo che gridava sui tavoli delle osterie.
Era l’uomo che misurava le parole.
Un deputato liberale lo osservò e sussurrò a un collega:
«È più freddo di quanto pensassi.»
L’altro rispose:
«È più pericoloso di quanto pensassi.»
Perché Mussolini non si presentava come un incendiario.
Si presentava come un uomo che poteva essere utile.
E in politica, utile è spesso più potente di giusto.
Quando prese la parola, non alzò il pugno.
Non serviva.
Parlò con una calma che mise a disagio perfino i suoi.
«Noi non rappresentiamo una classe contro un’altra.
Noi rappresentiamo la nazione.»
Una pausa.
«E la nazione non si divide: si guida.»
Ci fu un mormorio.
Qualcuno applaudì subito.
Qualcuno lo fece dopo, quasi per non restare indietro.
I socialisti lo fissavano come si fissa un uomo che conosci…
ma non riconosci più.
Mussolini continuò, come se parlasse a un Paese intero e non a un’aula:
«La vostra retorica di classe ha avvelenato l’Italia.
Noi porteremo disciplina dove avete portato disordine.»
Era una frase che faceva due cose insieme:
rassicurava i notabili,
minacciava gli avversari.
E lui lo sapeva.
Fuori dal Palazzo, intanto, la provincia bruciava ancora.
In Emilia, un sindaco socialista veniva convocato in una stanza e usciva pallido, con la firma di dimissioni in tasca.
In Toscana, una cooperativa veniva devastata e nessuno denunciava per paura di ritorsioni.
In Veneto, le Camere del Lavoro chiudevano “temporaneamente”.
Cioè per sempre.
Le squadre non erano solo violenza.
Erano messaggio.
E il messaggio era semplice:
lo Stato non basta più.
Ogni volta che un commissario chiudeva un occhio, ogni volta che un carabiniere arrivava tardi, il fascismo guadagnava terreno.
Non perché fosse amato.
Perché era temuto.
E spesso, tollerato.
Il Popolo d’Italia non era più solo propaganda.
Era il filo che univa la politica al mito.
Scriveva come se il fascismo fosse una legge naturale.
Il fascismo avanza, i rossi arretrano. È la legge della vita.
E quella frase, ripetuta, diventava un’abitudine mentale.
Come se la violenza non fosse una scelta.
Ma un inevitabile ordine delle cose.
Mussolini aveva capito che non bastava comandare uomini.
Bisognava comandare immagini.
I liberali e i nazionalisti non erano ciechi.
Sapevano cosa facevano le squadre.
Ma molti si ripetevano la stessa frase, come un anestetico:
È brutto… ma serve.
Giolitti e i notabili locali guardavano Mussolini come si guarda un cane da guardia:
non lo ami,
ma ti fa sentire protetto.
E Mussolini, che aveva conosciuto la fame e la precarietà, riconosceva al volo quel tipo di rapporto:
ti useranno finché sei utile.
Per questo decise una cosa che non disse a nessuno.
Non mi farò usare.
Userò io.
Roma, novembre 1921.
Il congresso non fu solo un’assemblea.
Fu una messa politica.
Delegati arrivati da tutta Italia, facce dure, sguardi impazienti.
Camicie nere.
E quella sensazione nell’aria:
non siamo qui per parlare,
siamo qui per diventare qualcosa.
Mussolini salì sul palco e la sala si zittì.
Non perché lo amassero tutti.
Ma perché tutti capivano che senza di lui non c’era un centro.
Disse, con voce ferma:
«Il fascismo è nato come ribellione.
Ora diventa responsabilità.»
Una pausa, breve.
«Non rinunciamo alla nostra forza.
La portiamo dentro la nazione per guidarla.»
E lì, in quel passaggio, c’era già la formula completa:
noi siamo lo Stato che manca,
noi siamo l’ordine che serve,
noi siamo la guida che non chiede permesso.
Fu allora che i Fasci cambiarono pelle.
Nacque il Partito Nazionale Fascista.
Non più movimento.
Non più improvvisazione.
Non più somma di squadre.
Un partito.
Con tessere.
Gerarchie.
Disciplina.
E soprattutto con un’idea precisa:
il potere non si chiede.
Si prende.
Il 1921 fu l’anno della metamorfosi.
Mussolini imparò a parlare due lingue:
la lingua delle istituzioni, per entrare nei salotti del potere,
la lingua della forza, per dominare la strada.
E chi parla due lingue, in politica, può mentire meglio.
O può comandare meglio.
Spesso è la stessa cosa.
Il giovane ribelle di Dovia, l’esule, il carcerato, il direttore di giornale, il soldato ferito…
adesso era deputato.
E capo di un partito nuovo.
Non era ancora al governo.
Ma nel Paese, già, molti cominciavano a comportarsi come se lo fosse.
Il 1922 si avvicinava.
E con esso, la prova definitiva:
trasformare un partito aggressivo e armato in una forza capace di piegare lo Stato liberale senza distruggerlo subito.
O meglio:
piegandolo…
facendogli credere di essere ancora in piedi.
