
Quando Vittorio Emanuele III gli consegnò l’incarico, il 30 ottobre 1922, Benito Mussolini aveva trentanove anni e un’aria che non somigliava né alla timidezza né alla gratitudine.
Entrò a Palazzo Chigi senza fretta, come se quel portone lo conoscesse da sempre.
Non aveva addosso la polvere della marcia, né il fango delle colonne. Aveva un cappotto scuro, un passo controllato, e negli occhi la calma di chi non chiede: prende.
Il paradosso era lì, fin dal primo istante: l’uomo che aveva fatto tremare lo Stato ora ne diventava il capo.
Per qualcuno era finalmente l’ordine.
Per altri era un errore così grande da sembrare incredibile.
E per Mussolini… era solo l’inizio.
Il suo primo governo non era ancora fascista nel senso pieno della parola. Dentro sedevano liberali, popolari, nazionalisti, militari, tecnici. I fascisti erano pochi nei ministeri, quasi una minoranza. Eppure Mussolini non si illuse e non si lamentò.
Sapeva che la forza non stava soltanto nei numeri del Consiglio dei ministri. Stava in qualcosa di più sottile e più decisivo: la paura.
E la paura non era a Roma.
La paura era nei municipi di provincia, nelle sedi devastate, nelle cooperative bruciate, negli uomini costretti a firmare dimissioni con un manganello appoggiato sulla schiena.
Una sera, in una stanza riservata, disse a chi gli stava più vicino una frase che non aveva nulla di romantico:
«Per comandare bisogna saper attendere. Entriamo nello Stato… e lo Stato diventerà nostro.»
Non sembrava una promessa.
Sembrava un metodo.
Il 16 novembre 1922, alla Camera dei deputati, l’aria era densa come prima di un temporale.
Mussolini entrò vestito di nero.
Non urlò. Non cercò applausi. Salì, si fermò un istante, guardò l’aula come si guarda una stanza che si vuole misurare: non per rispetto, ma per possesso.
I socialisti lo fissavano con ostilità.
I liberali lo osservavano con quell’espressione tipica di chi pensa: forse lo useremo… forse ci userà.
Quando parlò, la sua voce era ferma. Non aveva l’impeto dei comizi di Romagna. Aveva l’acciaio del comando. E poi arrivò la frase, quella che non era solo una frase:
«Avrei potuto fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco per i miei manipoli… ma ho voluto invece che fosse la sede della sovranità nazionale.»
Nell’aula calò un silenzio corto, duro.
Dentro quelle parole c’era tutto.
C’era la minaccia, perché i manipoli erano lì, fuori scena, ma presenti.
C’era la legittimazione, perché lui diceva: scelgo la legge, per ora.
E c’era soprattutto un messaggio implicito, chiaro a chi sapeva ascoltare: non dimenticate chi vi tiene il fiato in gola.
La fiducia arrivò ampia, quasi schiacciante.
Molti votarono “sì” per convinzione.
Molti altri per prudenza.
Qualcuno votò “sì” soltanto per dormire tranquillo.
E Mussolini lo sapeva.
A Roma, Mussolini divenne improvvisamente un uomo “responsabile”.
Si fece vedere rispettoso verso il re. Dialogò con i liberali. Aprì canali con la Chiesa. Parlò di disciplina, di pacificazione, di Stato. Sembrava voler dire: tranquilli, adesso ci penso io.
Ma mentre nella capitale indossava il volto dello statista, nelle province lasciava che l’altra faccia restasse viva, operativa, inevitabile: le squadre.
Cooperative incendiate.
Sedi socialiste devastate.
Sindaci costretti a dimettersi.
Sindacalisti picchiati.
Era un equilibrio che funzionava perché era cinico: un volto rassicurava i notabili, l’altro impediva agli avversari di respirare.
In pratica, Mussolini governava con due strumenti: la parola nella capitale e la paura nel Paese reale.
Nel 1923 mise sul tavolo un’idea che non aveva l’odore del compromesso, ma quello della trasformazione definitiva: la legge Acerbo.
La regola era semplice e brutale: chi raggiungeva almeno il 25% dei voti avrebbe preso due terzi dei seggi.
Era come dire: non serve più convincere la maggioranza, basta superare una soglia e trasformare quel vantaggio in dominio parlamentare.
In una riunione, qualcuno dei moderati provò a obiettare con cautela:
«Presidente, così si deforma la rappresentanza…»
Mussolini lo guardò senza rabbia, quasi con pazienza.
«Il Paese ha bisogno di governo, non di anarchia parlamentare. Chi vince deve comandare.»
E quella frase, detta con quel tono, faceva capire che la legge non era soltanto un provvedimento.
Era un cuneo.
La legge passò.
E passò anche perché, in quell’Italia, molti deputati capivano benissimo una cosa: la politica non era più soltanto discussione.
Era pressione.
Era intimidazione.
Era il rumore di passi sotto le finestre.
Era la memoria di ciò che poteva succedere “fuori” mentre “dentro” si votava.
Molti votarono come si vota quando la scelta non è tra giusto e sbagliato, ma tra oggi e domani.
E Mussolini, ancora una volta, non ebbe bisogno di minacciare apertamente.
Bastava che la minaccia esistesse.
Intanto, Il Popolo d’Italia lavorava come una macchina.
Ogni immagine era scelta.
Ogni fotografia serviva.
Mussolini in giacca scura accanto ai ministri, serio, composto: lo statista.
Mussolini tra le camicie nere, gesto secco, sguardo duro: il capo.
Due facce, un unico messaggio: io sono tutto ciò che vi manca.
Qualcuno in redazione scrisse una frase che sembrava elogio ma era già culto:
“Mussolini è il ponte fra l’Italia che ha combattuto e l’Italia che deve governare. È il capo che sa quando usare la penna e quando il ferro.”
E senza che il titolo fosse ancora ufficiale, la parola si insinuava ovunque, come un’abitudine nuova:
Duce.
Conclusione – Il compromesso che prepara il dominio
Il primo governo Mussolini sembrava ancora un compromesso.
Un ministero di coalizione.
Poche poltrone fasciste, molte presenze liberali, un re ancora sul trono.
Ma sotto la superficie, la direzione era già chiara.
Non stava entrando nello Stato per rispettarlo.
Stava entrando nello Stato per trasformarlo.
La fiducia schiacciante, la legge Acerbo, l’uso della violenza come pressione costante, la costruzione del mito: erano mattoni.
E Mussolini, che da ragazzo non voleva obbedire, ora voleva una cosa sola: che obbedissero gli altri.
Il 1923 fu l’anno del consolidamento.
E dietro l’angolo, senza ancora dirlo ad alta voce, si preparava la svolta successiva: il momento in cui il compromesso sarebbe diventato comando, e la democrazia avrebbe cominciato a cedere pezzo dopo pezzo.
