Capitolo XIX Bis – Mussolini e D’Annunzio: due rivoluzioni a confronto

Ci sono uomini che fanno la storia con le leggi.
E uomini che la fanno con le parole.

Uno costruisce potere.
L’altro costruisce mito.

E quando il potere incontra il mito, non nasce quasi mai un’amicizia vera. Nasce qualcosa di più pericoloso: una rivalità senza duello, fatta di silenzi, rispetto, diffidenza e paura.

Fino al 1925, il rapporto tra Benito Mussolini e Gabriele D’Annunzio resta una delle pagine più ambigue del Novecento italiano. Non perché si siano amati o odiati apertamente, ma perché si sono osservati da lontano come due animali della stessa foresta.

E ognuno sapeva che l’altro, se avesse voluto, avrebbe potuto rubargli la scena.

Nel 1919 l’Italia è un Paese sfiancato. La guerra è finita, ma non è finita dentro la testa degli uomini. Le città sono piene di reduci che non trovano lavoro. Le campagne tremano sotto scioperi e occupazioni. Le fabbriche odorano di rabbia e ferro.

In quel caos, nascono due gesti paralleli.

A Milano, Mussolini fonda i Fasci di combattimento. Una sala, un gruppo piccolo, rumoroso, confuso. Un inizio incerto.

A Fiume, D’Annunzio compie l’impresa. Non un partito: una rappresentazione totale. Non una strategia: un’epopea.

D’Annunzio non parla come un leader. Parla come un profeta. Fa della politica una liturgia: saluti, canti, adunate notturne, rituali, simboli. E mentre l’Italia ufficiale lo condanna, l’Italia emotiva lo guarda con occhi spalancati.

Mussolini osserva.

Non lo dice in pubblico, ma lo capisce subito: quel poeta sta inventando un linguaggio nuovo. Un linguaggio che non ha bisogno di programmi. Ha bisogno soltanto di fede.

E Mussolini, che di fede politica si intende, prende nota.

D’Annunzio non governa come un presidente. Governa come un personaggio.

La “Reggenza del Carnaro” è un sogno scritto con l’inchiostro e con l’azzardo: una costituzione visionaria, musica, corporazioni, idee ardite. Ma soprattutto è un laboratorio di stile.

La politica diventa teatro.
Il potere diventa scena.

E Mussolini capisce una cosa semplice e terribile: la folla non segue chi ha ragione. Segue chi sa farla tremare.

Fiume è questo: tremore collettivo.

E anche se Mussolini non ci mette piede come protagonista, ne raccoglie l’eredità invisibile. I gesti, i simboli, il modo di parlare alla nazione come se fosse un corpo unico.

D’Annunzio inventa.
Mussolini impara.

Non si incontrano davvero. Non stringono patti. Non costruiscono un’alleanza.

Perché Mussolini lo sa: D’Annunzio è troppo grande per stare accanto a qualcuno. È un sole. E vicino a un sole non si cresce: si brucia.

Negli anni Venti, molti italiani vedono ancora in D’Annunzio il vero simbolo della “nazione che si rialza”. Il Comandante. L’eroe. Il poeta-guerriero.

Mussolini, invece, è ancora un capo in costruzione: ex socialista, ex direttore di giornale, ex interventista. Troppa metamorfosi, troppo poco mito.

E in certi ambienti nazionalisti e conservatori qualcuno sussurra una frase che Mussolini non dimentica:

“Se D’Annunzio volesse, potrebbe guidare lui.”

È una frase breve.
Ma nel potere le frasi brevi sono le più pericolose.

Quando Fiume cade, nel dicembre 1920, D’Annunzio perde la città.

Ma non perde l’aura.

Perché l’aura non si sconfigge con i cannoni. L’aura si sconfigge solo con un’altra aura. E Mussolini, in quel momento, non ce l’ha ancora.

Così D’Annunzio resta lì, come un fantasma ingombrante. Un uomo che non governa più… ma che potrebbe tornare.

E Mussolini lo teme proprio per questo: perché non sai mai quando un mito decide di camminare.

Il 13 agosto 1922, al Vittoriale, l’aria è calda e immobile.

D’Annunzio vive nel suo regno privato, circondato da oggetti, memorie, reliquie. Un uomo che ha fatto della vita una scenografia.

Poi accade.

Una caduta.
Una finestra.
Un corpo a terra.
Cranio fratturato.
Convalescenza lunga.
Silenzio.

Ufficialmente è un incidente domestico. E forse lo è davvero.

Ma in Italia, quando cade un uomo così, nessuno crede mai solo all’equilibrio perduto. Subito nascono domande. Sospetti. Voci.

Un malore?
Un gesto disperato?
Un attentato mascherato?

Non ci sono prove. Non esiste una verità giudiziaria su un complotto. Ma la storia non vive solo di prove: vive di coincidenze.

E quella coincidenza è enorme.

Perché poche settimane dopo, Mussolini può giocare la sua partita senza la sola presenza capace di rubargli il palcoscenico.

Per molti fascisti, quella caduta diventa una frase sussurrata con un sorriso:

“Un incidente provvidenziale.”

Dopo la Marcia su Roma, Mussolini non attacca D’Annunzio.

Non lo insulta.
Non lo ridicolizza.

Fa qualcosa di più intelligente: lo abbraccia… da lontano.

Gli dà onori. Denaro. Riconoscimenti. Rispetto pubblico. Lo celebra come “il più grande poeta d’Italia”. Lo chiama vate. Lo mette su un piedistallo.

Ma un piedistallo, in politica, non è un trono.
È una gabbia elegante.

D’Annunzio resta al Vittoriale. Scrive, riceve, posa. Vive da personaggio.

E Mussolini lo lascia fare, perché un poeta chiuso in un museo non fa rivoluzioni.

Il dittatore capisce una regola fondamentale: il mito va conservato, non lasciato libero.

Quando arriva la crisi del delitto Matteotti, nel 1924, l’Italia si spacca.

E D’Annunzio… tace.

Non difende apertamente Mussolini.
Non lo condanna.

Resta nel suo silenzio, che è più eloquente di mille discorsi. È come se avesse capito che la politica vera, quella che sporca, non è più la sua.

O forse, semplicemente, è già stato spinto fuori dal campo.

Nel 1925, quando Mussolini si assume “la responsabilità politica, morale, storica” e la dittatura prende forma, la partita è chiusa.

D’Annunzio è rimasto un’icona.
Mussolini è diventato lo Stato.

Conclusione – Il poeta inventò, il politico governò

Il rapporto tra Mussolini e D’Annunzio non fu mai un’alleanza vera.
E non fu mai nemmeno un duello dichiarato.

Fu qualcosa di più sottile: una rivalità fatta di distanza.

D’Annunzio inventò lo stile, le liturgie, il linguaggio del mito nazionale. Mussolini prese quel linguaggio e lo trasformò in potere, disciplina, regime.

Il poeta fu l’immaginazione.
Il politico fu la macchina.

E quando i due si sfiorarono, la storia scelse chi restava in scena.

D’Annunzio rimase il vate.
Mussolini diventò il capo.

E così, senza bisogno di un duello diretto, l’Italia passò dal sogno scenico di Fiume al comando reale di Roma. Il mito aveva aperto la porta.
Il potere ci entrò.
E non uscì più.

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Commenti

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