🕯️ Capitolo 14 – La veglia e il lago: come il paese viveva la morte

Le donne attorno al defunto, tra dolore, curiosità e devozione.
La morte non è silenzio, ma voce collettiva che si mescola al respiro del paese.

Premessa alla memoria del paese

Tra macerie e memoria. Dopo la guerra, il paese tornò a vivere. E con la vita, tornarono anche i gesti antichi del dolore condiviso.

Prima della guerra, a Montenerodomo la morte era un rito corale: le donne accorrevano nella casa del defunto, gli uomini si toglievano il cappello, e la notte si riempiva di rosari, di sospiri e di parole sussurrate al lume di candela.

Poi venne la distruzione, e tutto tacque per un po’. Le case crollarono, le famiglie si dispersero, la vita sembrò dimenticare i suoi riti.

Ma quando il paese ricominciò a vivere, imparò anche a convivere di nuovo con la morte. Le vecchie usanze tornarono, come un filo che riannoda ciò che era stato spezzato. Non era solo fede, era bisogno di sentirsi ancora comunità: di condividere il dolore per non esserne travolti.

Così, negli anni della ricostruzione, mentre le mani rialzavano i muri e i campanili, anche le anime tornavano a farsi vicine. La morte non divideva: univa. E in quella veglia silenziosa c’era il respiro stesso del paese che tornava a vivere.

Le donne attorno al defunto, tra dolore, curiosità e devozione.
La morte non è silenzio, ma voce collettiva che si mescola al respiro del paese.

La morte, a Montenerodomo, non era un fatto privato.
Era un evento che riguardava tutti, un rito collettivo che univa dolore, fede e solidarietà.
Quando qualcuno moriva, la notizia correva di bocca in bocca. La casa del defunto diventava un crocevia di parenti, vicini, conoscenti: si portavano coperte, sedie, cibo caldo, e si restava a vegliare fino a notte fonda, tra preghiere, ricordi e parole sussurrate al lume di candela.

Il giorno dopo, al lavatoio pubblico del lago, l’acqua tornava a scorrere e con essa anche le parole.
Lì, dove le donne si incontravano ogni giorno, il lutto trovava voce: tra un colpo di sapone e uno di pietra, si parlava del morto, della vedova, dei figli rimasti soli. E pian piano, anche il dolore diventava racconto.


Estratti da “Veglia funebre a Giuseppe Tamburrino”

📖 di Belinda D’Antonio, Storie di morti, diavoli e santi – Edizioni Cannarsa, 2015


«Bambì, oggi a farti i panni al lago non ci vado… s’è morto Peppino, la moglie mi è come una sorella, vado a dargli il consuòlo…»i panni te li faccio dopo il funerale, tu che dici?
«Dopo il funerale?…Lucì, ma che ti viene in mente, sai che significa dopo il funerale? che io le lenzuola  imbrattate me le devo tenere per casa fino a dopodomani!»

Ma dopodomani te le vengo a fare, puoi stare sicura.

-Dopodomani, dopodomani, ma io come faccio, non lo sai che domani mi vengono gli uomini a giornata? Se tu la faccenda che devi fare non me la fai oggi, domani me la devo fare io…e chi gli prepara da mangiare a quelli? sono quattro, mica uno!

Bambina si disperava, alzava il tono di voce come faceva sempre quando qualcosa non gli andava a genio, si faceva già venire le ugge, si torceva le mani per l’agitazione.

-Ci stesse almeno Michele, potevo aggiustare le cose con lui…

-Stasera ci parli e vedi che potete fare.

-Stasera? stasera niente, quello è andato a Castel di Sangro a comprare il mulo, chissà quando torna, quell’altro!

Lucia s’era seduta sulla soglia della ciminiera e stava a pensare alla cosa.

-E quei due angioletti, quando li vado ad abbracciare, a Rocco e Maria?

Bambina cercava di battere il ferro fintanto che era caldo.


«Senti a me, Lucì, al lago ci devi andare per forza, vammele a lavare queste quattro lenzuola…mica sei parente stretta alla famiglia di Peppino buonanima che ci devi andare proprio di prima mattina…ma ti devi proprio andare a ficcare a casa del morto la mattina presto, ma che ti dice la testa?»

Le due donne si fronteggiavano così, tra il dovere verso i morti e la necessità dei vivi. Lucia esitava: da un lato la pietà, dall’altro la fatica quotidiana che non poteva aspettare.

«Stasera quando torni dal lago, te ne vai bella bella a dare il consuòlo a Flumena, a Gigino, alla mamma di Peppino, a tutti quanti, povero Peppino…»Senza voltarsi Bambina andò a tastoni con la mano, trovò una sedia e se la tirò fin sotto la mensola del camino, vicino a quella di Lucia. -Perché ti vuoi perdere una giornata di lavoro, caruccia…se ci vai adesso sai che fila che ti trovi davanti, fratelli e sorelle di Flumena, zii, figli, nipoti, vicini, e ti pare che non staranno già lì pure tutti i parenti di Quadri? quelli lì sono un mucchio di gente, una compagnia che nessuno ancora è riuscito a contarli tutti quanti…»

Lucia la faceva parlare, scuoteva la testa, se ci andava sbagliava perché veniva meno ai suoi impegni e perdeva la giornata di lavoro,  se non ci andava sbagliava il doppio perché metteva il morto dopo i vivi.

«Metti che ti presenti adesso, in mezzo a tutta quella folla di gente, ma chi ti vede? Il morto è fresco fresco, se fai passare ancora qualche ora, invece, è capace che quelle povere donne si sono già riprese un pochettino, e allora si che vale che ci vai, si che ti vedono tutti quanti, la madre, la moglie…»

-Si, si, è vero…poverelle tutte e due…

«Tieni, bella mia, prenditi questo pezzo di sapone e fai come ti dico io, vattene al lago a guadagnarti la giornata, pure se s’è fatto un po’ tardi non fa niente, le lenzuola me le puoi riportare quando vuoi, asciutte, bagnate, mezzo e mezzo, come sta bene a te…»


Alla fine cedette: prese lo staio, ci caricò dentro il sapone e si avviò verso il lago, lenta, quasi a malincuore, divisa tra rispetto e bisogno.

La voce dell’amica era spiccia, concreta, come la vita stessa di chi non poteva permettersi un giorno perso.
E così Lucia si avviò lungo il sentiero verso il lago, tra la nebbia che saliva e il rumore lontano del torrente.


Sotto la tettoia del lavatoio, l’acqua scrosciava senza tregua e le mani non si fermavano mai.
Le donne, chine sullo stropicciatoio di pietra, insaponavano e sbattevano lenzuola, camicie e tovaglie.
Quel giorno non si parlava d’altro che di Peppino, morto troppo giovane, e di Flumena, la vedova di venticinque anni e quelle due creature? Sette e quattro anni, oddio, oddio che disgrazia grossa!

Al lago, tra acqua gelida e sapone: forza, fatica e confidenze.
Là dove le mani lavavano i panni, le parole lavavano l’anima.

-A questa cosa non c’è rimedio, e che rimedio ci vuole stare?

Ogni voce aggiungeva un tassello, e il racconto prendeva forma come un mosaico di dolore condiviso.


Poi, piano piano, il discorso cambiava tono.
Il dolore lasciava spazio alla filosofia popolare, quella che nasceva tra acqua, sapone e confidenza:

«Un uomo, anche davanti alla bara della moglie, già pensa a chi prenderà il posto accanto a lui.»
«E che c’è di male se una vedova giovane si rimette in piedi? Meglio una mano in più che due in meno.»

Qualcuna abbassava la testa e continuava a strofinare, in silenzio.
Altre sorridevano, quasi divertite, per la sfacciata verità di quelle parole.


Poi interveniva Concetta, la più arguta:

«Marìtemo dice che succede sempre: pure in chiesa, quando uno piange la moglie, già guarda intorno chi gli farà da conforto domani!»

E giù risate, smorfie, sospiri.
Il lavatoio diventava improvvisamente una piazza viva, dove il dolore e la leggerezza si intrecciavano come le onde dell’acqua.


Un’altra, più pudica, provava a frenare il tono:

«Ma la prima moglie è sempre la prima moglie, però!»
«E che differenza ci sta tra la prima e la seconda? Sempre femmina è!»

Le donne ridevano, qualcuna arrossiva, qualcuna alzava gli occhi al cielo.
Intanto il rumore delle mani sui panni si mescolava ai discorsi, e il suono dell’acqua sembrava accompagnare le risate e i sospiri.


Poi, come spesso accadeva, le parole scivolavano verso i ricordi:

«Quando ballavamo la mazurca, sotto la luna d’agosto… Tonino, che braccia che c’aveva!»

Per un momento, ognuna tornava ragazza, rivedeva un volto, un sorriso, un amore lontano.
E il lavatoio si trasformava in un luogo sospeso tra vita e memoria: tra la morte appena vissuta e la giovinezza che non voleva morire.


Commento finale

Oggi i funerali sono rapidi e silenziosi.
Poche ore, poche parole, qualche fiore, e subito il silenzio.
La morte è diventata un fatto privato, quasi da nascondere, confinato nei tempi stretti di una cerimonia o di un post social.

Allora, invece, la morte apparteneva alla vita.
Ogni lutto coinvolgeva il paese intero: c’era chi preparava un piatto caldo, chi portava una sedia, chi recitava il rosario accanto al fuoco.
Era un dolore condiviso, ma anche un gesto di comunità: un modo per ricordare che nessuno è solo, nemmeno nel momento più estremo.

La veglia funebre non era solo pianto, ma memoria, affetto, solidarietà.
E il giorno dopo, al lago, le donne tornavano a parlare, a raccontare, a ridere piano: l’acqua cancellava lo sporco dei panni, ma non quello dei ricordi.
Così il dolore trovava la sua voce, la sua forma di purificazione collettiva.

Forse è questo che ci manca oggi: la capacità di condividere la morte come parte della vita.
Perché chi sa piangere insieme, sa anche vivere insieme.
E ogni parola, ogni ricordo, ogni risata al lavatoio era un modo per dire — a modo loro — che la vita, nonostante tutto, continuava.

← Torna al capitolo 13 – Vai al Capitolo 15 →