Capitolo XXI – Il delitto Matteotti e la dittatura (1924-1925)

Il 1924, per Mussolini, era cominciato come un anno di consacrazione.

Aveva la legge Acerbo come chiave d’ingresso, le camicie nere come scorta invisibile, e un Paese stanco che voleva solo una cosa: smettere di tremare.

Il “Listone Nazionale” aveva vinto con una forza che sembrava definitiva, e a Roma si respirava già quell’aria tipica dei regimi che nascono: non l’entusiasmo, ma la rassegnazione.
La gente non esultava. Si adattava.
Molti italiani, davanti a quella valanga, si erano convinti che opporsi fosse inutile.
Altri avevano capito che non era più il tempo delle discussioni.

Eppure, dentro quella vittoria, c’era un’ombra che Mussolini non poteva cancellare con nessun discorso:
le intimidazioni, i manganelli, i comizi spezzati, la paura trasformata in strumento politico.

Qualcuno, però, ebbe il coraggio di dirlo ad alta voce.
E lo fece nel luogo più pericoloso: dentro il Parlamento.

Il 30 maggio 1924, Giacomo Matteotti prese la parola alla Camera.

Non era un uomo da teatro.
Non era un tribuno.
Non aveva la voce di chi incendia.

Ma aveva una cosa più rara: una fermezza che non chiedeva permesso.

Si alzò tra i banchi, guardò l’aula e parlò come se stesse leggendo un atto d’accusa davanti a un tribunale.
Denunciò brogli, violenze, pressioni.
Parlò di elezioni “truccate” dalla paura.

E poi disse una frase che rimase sospesa come una lama:

«Non si tratta più di elezioni libere: è stato uno stupro della volontà nazionale.»

Le parole caddero in un silenzio strano, quasi innaturale.

Non era il silenzio della riflessione.
Era il silenzio di chi capisce di aver assistito a qualcosa che non si perdona.

Mussolini ascoltò senza muoversi.
Nessuna smorfia.
Nessuna reazione plateale.

Solo uno sguardo freddo, di quelli che non rispondono perché non vogliono discutere.

Vogliono decidere.

Matteotti scese dal banco sapendo una cosa semplice e terribile: aveva colpito il cuore del regime nascente.
E chi colpisce il cuore del potere, raramente torna a casa come prima.

Il 10 giugno 1924 Roma era una città normale.

Il sole batteva sui muri chiari, la gente camminava, le carrozze e le automobili tagliavano le strade come sempre.
Nessuno immaginava che, in pieno giorno, la politica sarebbe diventata sangue.

Matteotti stava andando a piedi lungo il Lungotevere.

Aveva appuntamenti, carte, forse anche quella sensazione che ti resta addosso quando sai che ti seguono da giorni, ma non vuoi dirlo a nessuno perché suonerebbe come paura.

A un tratto, una macchina si fermò.

Non fu una scena lunga.
Non fu un agguato da film.

Fu rapido, brutale, “pulito” nel modo più sporco possibile.

Uomini scesero, lo afferrarono, lo spinsero dentro.
Lui lottò, gridò, si aggrappò al bordo della portiera.

Poi la portiera si chiuse.

E l’auto sparì.

In quel momento, senza proclami, l’Italia capì che era cambiata.
Non perché un uomo fosse stato rapito.

Ma perché era stato rapito così: in pieno giorno, a Roma, come se lo Stato fosse già un dettaglio secondario.

Per giorni, settimane, la nazione rimase con il fiato trattenuto.

Si parlava di Matteotti ovunque: nei bar, nei tram, nelle case.
C’era paura, ma anche un senso di vergogna collettiva, come se il Paese intero avesse abbassato lo sguardo davanti a se stesso.

Le opposizioni gridavano all’assassinio politico.
I socialisti parlavano di regime criminale.
I liberali tremavano: avevano creduto di poter usare Mussolini, e ora vedevano che Mussolini stava usando loro.

Persino nel fascismo qualcuno esitava.

Non per pietà.
Per opportunità.

Perché quel rapimento non era più violenza di provincia, non era più squadrismo “tollerabile”.
Era un colpo diretto alla dignità dello Stato.

E allora tutti guardarono verso il Quirinale.

Perché, in teoria, il re poteva ancora fermarlo.

Ma Vittorio Emanuele III tacque.

Non disse una parola che pesasse.
Non fece un gesto che cambiasse la direzione.

E in quel silenzio Mussolini capì una cosa decisiva:

nessuno lo avrebbe fermato davvero.

Il corpo di Matteotti venne ritrovato solo due mesi dopo.

In una fossa, a Riano, alle porte di Roma.

Era stato ucciso con ferocia.

E la ferocia, quando è così vicina al potere, non è mai casuale.

La notizia fu un colpo allo stomaco.
Non si poteva più fingere.
Non si poteva più “interpretare”.

Era un assassinio politico.

E l’Italia intera lo sapeva.

Quell’estate del 1924 fu l’unico momento in cui Mussolini rischiò davvero.

L’opposizione chiedeva le dimissioni.
La stampa estera parlava di barbarie.
Nelle città si urlava “assassini”.

In Parlamento, i deputati d’opposizione lasciarono l’aula e si ritirarono sull’Aventino.

Una secessione simbolica.

Un gesto di protesta, un tentativo di delegittimare Mussolini.

Sembrava un colpo di scena.

Ma Mussolini non aveva paura dei gesti simbolici.

Aveva paura solo di una cosa: la perdita del controllo.

E mentre gli altri facevano gesti, lui faceva conti.

Ricompattava.
Minacciava.
Prometteva.
Aspettava.

Non era un uomo da panico.

Era un uomo da sopravvivenza.

E quando un uomo del genere sopravvive, diventa più duro.

Passarono i mesi.

Molti, nell’opinione pubblica, si stancarono persino dell’indignazione.

L’indignazione, quando dura troppo, diventa fatica.
E Mussolini lo sapeva.

Sul Popolo d’Italia lasciò trapelare la sua convinzione:

«La tempesta passerà.»

E in effetti passò.

Non perché fosse finita.

Ma perché nessuno ebbe la forza di trasformarla in caduta.

Il re non mosse un dito.
L’esercito rimase fermo.
Le istituzioni, come spesso accade, scelsero la via più comoda: lasciar correre.

E quando un potere capisce che può farla franca, non torna indietro.

Va avanti.

Il 3 gennaio 1925, Mussolini salì alla tribuna della Camera.

L’aula era diversa.

Non era più un luogo di confronto.

Era un luogo di controllo.

Le opposizioni erano assenti.
I fascisti aspettavano come soldati prima di un ordine.

Mussolini parlò.

E disse:

«Io, solo io, assumo la responsabilità politica, morale, storica di tutto ciò che è avvenuto.»

E poi, quasi con disprezzo, aggiunse:

«Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione.»

Non era una confessione.

Era un avvertimento.

Era come dire: sì, e allora?

I fascisti esplosero in applausi.

Non era consenso.

Era trionfo.

Non era una difesa.

Era un’incoronazione.

In quel momento, Mussolini non salvò il governo.

Uccise la politica.

Da quel giorno, tutto cambiò.

Non ci fu un decreto solo.

Ci fu una trasformazione progressiva e inesorabile:

la stampa venne imbavagliata,
gli oppositori perseguitati,
i partiti ridotti a ombre,
la violenza trasformata in strumento legale,
le squadre diventate Milizia dello Stato.

L’Italia entrava nella dittatura senza un colpo di cannone.

Bastò un discorso.

E soprattutto bastò una cosa: l’assenza di un freno.

Così si chiudeva, in modo definitivo, il percorso del giovane Mussolini.

Il ragazzo che aveva sfidato i maestri,
il giovane che aveva detto un giorno:

«Non sono venuto per obbedire. Sono venuto per capire.»

era diventato l’uomo che pretendeva obbedienza assoluta.

L’esule che aveva conosciuto la fame,
il prigioniero,
il direttore,
il capo delle squadre,
il Presidente del Consiglio…

ora era il dittatore.

Nel gennaio del 1925, la sua parabola si compì.

Da quel momento in poi non ci sarebbe stato spazio per il dubbio.

Non per la domanda.

Non per il confronto.

Solo per il comando.

E il giovane che aveva cercato di capire il mondo, alla fine, scelse di dominarlo.

Ma nel farlo, perse qualcosa che nessun potere restituisce:

la possibilità di fermarsi.

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