Capitolo XXII – Conclusione: Il giovane Mussolini

(Dovia, fine Ottocento)

L’aula odorava di legno vecchio e gesso. I banchi erano allineati come soldati, il silenzio rotto solo dal fruscio delle pagine e dal passo del maestro.

Benito stava in piedi.

Non abbassava lo sguardo.

Il maestro lo fissò, infastidito, come si fissa un bambino che si ostina a non capire la regola più semplice del mondo.

— Qui si viene per obbedire.

Il bambino rispose senza tremare:

— Non sono venuto qui per obbedire. Sono venuto per capire.

Nell’aula cadde un silenzio diverso. Non quello della disciplina, ma quello che nasce quando qualcuno pronuncia una frase più grande di lui.
Allora nessuno poteva saperlo.
Ma in quella risposta c’era già tutto.

Il viaggio che abbiamo seguito porta da quell’aula elementare di Dovia fino alla tribuna della Camera dei deputati. Dal banco di scuola fino al banco del governo.

È la parabola di un uomo che comincia come ribelle e finisce come capo.

Quella frase dell’infanzia non fu un lampo passeggero. Fu il seme di un destino. La sua giovinezza non fu altro che un conflitto lungo, continuo, spesso feroce: tra obbedienza e ribellione, tra disciplina e rifiuto, tra fede e politica.

Dovia e Predappio furono i suoi primi orizzonti: piccoli, chiusi, concreti.
Un padre fabbro, anarchico e socialista, che gli insegnava il valore della rivolta e l’istinto dell’urto.
Una madre maestra, cattolica e devota, che gli metteva in mano i libri e gli chiedeva ordine.

Tra martello e rosario Benito imparò presto che la vita non è una linea: è un campo di forze. E lui non scelse mai davvero un solo sentiero. Si portò dietro entrambi, trasformandoli in una tensione continua.

Crescendo, quel ragazzo si mostrò subito diverso: intelligente, rapido nell’apprendere, ma insofferente alle regole. Sapeva discutere con i professori, affascinare i compagni, imporsi con la voce. E sapeva anche cedere all’impulso.

Il coltello affondato in una lite adolescenziale non fu un incidente isolato: era un segnale. Un carattere che non ammetteva mediazioni.
Voleva vincere, sempre.

Poi venne la Svizzera.

La sua prima vera prova non fu politica: fu fisica. Fame, notti all’addiaccio, solitudine, precarietà. Ma proprio lì incontrò le idee che lo avrebbero segnato: il socialismo internazionale, le biblioteche, le discussioni senza fine con rivoluzionari di ogni paese.
E nel carcere di Berna, nel 1903, per cinque mesi, imparò una lezione decisiva: la libertà è fragile — ma anche che la prigione non spegne chi vuole farsi sentire.

Tornato in Italia provò a fare il maestro. Insegnava con passione, ma non restava mai fermo. Ogni incarico durava poco: il suo vero pulpito erano le piazze, le osterie, i circoli socialisti. Nel carcere di Forlì, nel 1909, scrisse La mia vita. A ventinove anni si definiva «irrequieto, selvaggio, schivo di popolarità».
Non era un bilancio.
Era l’inizio della leggenda.

Poi arrivò la guerra, e la guerra fu il crocevia.

Da socialista internazionalista diventò interventista. Fondò Il Popolo d’Italia. Sul fronte conobbe il sangue, le schegge, la paura. Oltre quaranta frammenti nel corpo.
Ne uscì diverso.
Non più solo agitatore, ma reduce. Un uomo che poteva parlare con l’autorità di chi aveva sofferto.

Dal 1919 in poi, Mussolini trasformò la parola in arma. I Fasci nacquero incerti, fallirono alle urne, ma crebbero nella violenza del biennio rosso. Le squadre nere divennero il suo strumento politico. Nel 1921 fondò il Partito Nazionale Fascista e, nello stesso anno, entrò in Parlamento.

Da sovversivo a deputato.
Da piazza a istituzione.

Ottobre 1922: la Marcia su Roma non fu una conquista militare, ma un colpo di teatro politico. Le camicie nere marciavano. Il re consegnò il potere. Mussolini arrivò in treno, in giacca elegante: non come ribelle, ma come capo di governo.

Il primo governo fu prudente, misto, apparentemente moderato. Ma la legge Acerbo preparò il terreno. Nel 1924 il “Listone Nazionale” vinse. Mussolini non era più solo capo del governo: era il centro dello Stato.

Poi arrivò Matteotti.

Il delitto non fu solo un crimine politico: fu il punto di non ritorno. Sembrò la fine. Fu l’inizio.
Il 3 gennaio 1925 Mussolini salì alla tribuna della Camera.

(Roma, Camera dei deputati – 3 gennaio 1925)

L’aula era gremita. Silenziosa.

Mussolini si alzò. Guardò l’emiciclo. Non cercò scuse.

— Io solo assumo la responsabilità politica, morale, storica di quanto è avvenuto.

Non era una difesa.
Era una sfida.

Nessuno lo fermò.

In quell’istante, la democrazia italiana finì.

Da quel gennaio Mussolini non era più “il giovane”.

Il bambino curioso, l’adolescente violento, l’esule affamato, il maestro inquieto, il prigioniero, il soldato ferito, l’agitatore… tutto alle spalle.

Ora non chiedeva più di capire.
Pretendeva obbedienza.

Raccontare il giovane Mussolini significa osservare come nasce il potere: non all’improvviso, ma lentamente — attraverso fame, ambizione, violenza, occasione.
Voleva capire. Ma ciò che comprese fu che, per lui, la conoscenza non bastava.

Voleva dominare.

E quando arrivò il momento, prese il potere con la stessa decisione con cui, da ragazzo, aveva impugnato un coltello: senza esitazione, senza compromessi, convinto di essere nato per comandare.

CHIUSURA FINALE – Il giovane Mussolini

Il bambino che voleva capire non era scomparso.
Era stato soltanto sepolto sotto anni di fame, di ferite, di orgoglio e di occasione.

E quando finalmente arrivò il potere, non lo usò per illuminare il mondo.
Lo usò per piegarlo.

Perché capire è una fatica.
Comandare, invece, è una scorciatoia.

E Mussolini, alla fine, scelse la scorciatoia.

Il Sognatore Lento

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