Giovani in fuga, politici in posa

Mentre i ragazzi partono con la valigia piena di speranze, la politica resta ferma a farsi fotografare davanti all’urna, come se bastasse un sorriso a fermare l’esodo.
Una satira sull’Italia che applaude se stessa mentre perde il suo futuro.
✍️ Il Sognatore Lento

Satira civile di un paese che fa le valigie senza muoversi

Ogni anno migliaia di giovani italiani lasciano il Paese.
Non per spirito d’avventura, ma per istinto di sopravvivenza.
Partono con una valigia e una laurea che all’estero vale di più di un biglietto del treno, con la speranza di trovare un posto dove le idee non siano considerate una perdita di tempo.

Non amano necessariamente il freddo del Nord Europa o la pioggia inglese.
Ma almeno lì, quando nevica, nevica per tutti. In Italia, invece, piovono promesse selettive, destinate a pochi fortunati o ben raccomandati.


Non è colpa di uno solo. È il sistema che non cambia mai.

Da decenni si dà la colpa a “questo governo”, al “precedente”, o a “quello di dieci anni fa”.
Ma la verità è che la fuga dei giovani è una malattia cronica, non un raffreddore politico.
È il sintomo di un sistema intero che non funziona più, di una macchina arrugginita che ogni tanto viene riverniciata con slogan nuovi e buone intenzioni di repertorio.

Ogni legislatura promette di “fermare la fuga dei cervelli”.
Poi, appena insediata, comincia a sfornare concorsi infiniti, contratti a termine, tirocini che pagano in visibilità e pacche sulle spalle.
E quando qualcuno osa chiedere “ma il futuro?”, gli rispondono con un decreto, un bonus o una conferenza stampa.


Il paradosso dell’elettorato in estinzione

I politici italiani hanno una strana filosofia: difendere il proprio elettorato anche quando si estingue.
Preferiscono compiacere chi resta piuttosto che convincere chi parte.
E così il Paese invecchia, le campagne si svuotano, le università si spopolano e gli aeroporti diventano uffici di collocamento internazionale.

Nel frattempo, il dibattito pubblico si riduce a una lotta tra hashtag.
Si parla di giovani solo per dire che “devono fare più figli”, senza chiedersi con quali certezze, con quale casa o con quale stipendio.
È come dire a un naufrago di remare più forte mentre la barca affonda.


“Ascoltiamo i giovani!” (ma solo se servono per le dirette social)

Ogni campagna elettorale si apre con la stessa promessa: “Ascolteremo i giovani.”
Poi li invitano a qualche evento, li mettono in prima fila, magari li riprendono in video per dimostrare che il partito è “inclusivo”.
Dopo la diretta, spariscono tutti.

La politica italiana ama i giovani come ama la domenica: da lontano, finché non disturba la settimana.
E i ragazzi lo hanno capito.
Hanno capito che in questo Paese la competenza è un fastidio, la meritocrazia un’utopia, e il futuro una parola da campagna pubblicitaria.


Il Paese immobile (ma connesso in 4K)

Ogni giorno si aprono nuovi tavoli tecnici, commissioni, comitati per “affrontare il problema della fuga dei cervelli”.
Si riuniscono esperti, si pubblicano report, si fanno convegni sul tema.
Poi, finito il buffet, tutto torna come prima.

Il paradosso è che in un Paese che non si muove mai, gli unici a spostarsi sono proprio i giovani.
Partono verso Berlino, Dublino, Amsterdam, Melbourne.
Alcuni tornano solo per Natale, altri neppure più.
E chi resta, spesso lo fa per affetto, per famiglia o per ostinazione, non certo perché qui la vita sia più facile.


L’Italia che resiste (nonostante tutto)

Eppure, tra le macerie di questo immobilismo, resiste ancora un’Italia silenziosa: fatta di insegnanti che credono nella scuola, di artigiani che non hanno mollato, di piccoli imprenditori che combattono ogni giorno contro burocrazia e tasse.
È un’Italia che vorrebbe un progetto vero, una direzione, una speranza concreta.

Non chiede miracoli, ma rispetto e visione.
Vuole che chi governa guardi un po’ più in là delle prossime elezioni, che smetta di pensare ai sondaggi del lunedì e inizi a pensare al Paese del 2050.
Perché di “piani per il futuro” ne abbiamo sentiti tanti, ma raramente abbiamo visto qualcuno che si fermasse a costruirlo davvero.


Una domanda che nessuno vuole sentire

Ogni volta che un giovane lascia l’Italia, non se ne va solo una persona.
Se ne va una possibilità.
Un’idea, un progetto, un pezzo di Paese che non tornerà.
E dietro quella valigia resta una domanda che nessuno vuole sentire:

Se tutti scappano, chi resterà ad aggiustare la barca che affonda?


💬 Forse, un giorno, i politici capiranno che senza giovani non ci sono elettori.
E senza elettori, non ci sono politici.
Ma tranquilli: prima faranno un tavolo tecnico per discuterne, con coffee break e hashtag motivazionali.

✍️ Il Sognatore Lento