
Capitolo 13 – Testimonianza – Com’era prima il Pianonianiero
Ricordi di un paesaggio che non c’è più
C’erano tempi in cui Montenerodomo era un intreccio di voci, di campi e di stagioni.
Il paese si svegliava con il passo lento dei buoi, con il profumo del grano e con il fumo delle calcare che si alzava nella sera, come un respiro antico.
Oggi, dove sorgono case e una scuola, un tempo c’era soltanto un grande prato.
Un’aia.
Un luogo semplice, ma pieno di vita.
Da lì, dalle memorie di chi ha vissuto quel tempo, nasce questo racconto.
Non è solo un ricordo.
È una voce.
La testimonianza
Dove oggi ci sono le case e la scuola materna, un tempo c’era un prato.
Era un’aia.
Nel mese di luglio i contadini vi portavano il grano da trebbiarsi.
Era un luogo pieno di vita, ma anche di fatica.
I più anziani ricordano che ogni anno non mancavano episodi di fuoco.
I covoni, a volte, prendevano fuoco e gli schizzi di brace cadevano ovunque.
Una volta, addirittura, un incendio mise in pericolo tutta l’aia.
Ma ciò che più colpiva era la calcara.
Proprio in quel prato si cuocevano i sassi per ottenere la calce.
Si scavavano nel terreno quattro o cinque fosse, larghe come una piccola stanza.
Gli uomini più esperti sistemavano i sassi a forma conica, creando una struttura compatta, precisa, quasi perfetta.
I sassi venivano disposti a strati.
Alla base si metteva la paglia per accendere il fuoco, mentre da un’apertura si inseriva la legna per alimentarlo.
Il fuoco doveva durare giorni.
All’inizio era debole.
Poi prendeva forza.
Di notte si facevano i turni.
Non si poteva sbagliare.
Non si poteva lasciare spegnere.
Era un lavoro che coinvolgeva tutti.
Famiglie intere.
Dopo giorni di fuoco, si aspettava.
Si lasciava raffreddare.
Due settimane, a volte anche di più.
Solo allora si estraeva la calce viva.
I sassi, dopo la cottura, diventavano bianchi e fragili.
Poi si scavava un’altra fossa.
Lì si rompevano e si mescolavano con l’acqua.
Era un momento delicato.
Il calore aumentava, il vapore si alzava bianco e denso.
La calce viva si trasformava in calce spenta.
Le fosse venivano protette con attenzione.
Era pericoloso.
Quella calce serviva per tutto.
Per imbiancare le case.
Per costruire.
Il cemento non esisteva.
E quella calce, dicono, dava calore alle case.
Un calore diverso.
Più umano.
La calcara si faceva quasi sempre dopo la trebbiatura.
C’era paglia in abbondanza.
E la paglia era fuoco.
Sempre in quel luogo, dove oggi sorge la scuola, si teneva anche la fiera degli animali.
Era l’8 maggio.
Per anni fu l’unica vera fiera del paese.
Non era solo un mercato.
Era un giorno diverso.
Arrivavano persone da ogni contrada, da paesi vicini, dalle campagne più lontane.
Portavano animali da vendere o da scambiare: pecore, capre, buoi, cavalli.
Ma insieme agli animali arrivavano le persone.
Le voci.
Gli incontri.
Le strette di mano.
Si contrattava.
Si discuteva.
Si osservava.
Gli uomini parlavano di lavoro e raccolti.
Le donne si ritrovavano.
I ragazzi guardavano, imparavano.
In un tempo senza negozi, senza mercati settimanali, quella fiera era tutto.
Era l’unico momento in cui si poteva comprare, vendere, scambiare.
L’unico giorno in cui il paese si apriva davvero.
Si arrivava da lontano, a piedi o con gli animali.
Si portava quello che si aveva.
Si cercava quello che mancava.
Ma non era solo questo.
Era anche il tempo degli incontri.
Delle parole.
Degli sguardi.
Un giorno in cui la fatica si fermava per qualche ora,
e lasciava spazio alla vita.
Lavoro.
Scambio.
Vita.
E anche dopo la guerra, tra difficoltà e ricostruzione, quell’appuntamento continuò.
Perché non era solo una tradizione.
Era un bisogno.
La nascita del Pianonianiero
Col tempo, quel prato cambiò.
Divenne prima un piccolo campo dove i ragazzi giocavano.
Senza porte.
Senza regole precise.
Ma con la stessa voglia di vivere.
Poi arrivò il dopoguerra.
Tra la fine degli anni ’40 e l’inizio degli anni ’50, quell’aia fu scelta per costruire le case dei senza tetto.
Così nacque il rione Pianonianiero.
Verso la fine degli anni ’50 iniziò la costruzione della scuola materna.
Gli operai scavarono le fondamenta.
Trovarono sassi.
Tanti.
Residui di un passato che non voleva andare via.
E quei sassi vennero riutilizzati.
Le fondazioni furono fatte in cemento e breccia.
I lavori durarono anni.
Nel 1960 la scuola venne inaugurata.
È la stessa che vediamo ancora oggi.
E così, quel prato cambiò volto.
Dove si trebbiava il grano, dove si accendevano le calcare, dove si incontravano le persone, nacquero case, strade, una scuola.
Il lavoro dei campi lasciò spazio alla ricostruzione.
Ma sotto quelle fondamenta, tra la terra e le pietre, non è andato perduto nulla.
Le voci.
I gesti.
La fatica.
La vita.
Perché un paese non si costruisce solo con i muri.
Si costruisce con la memoria.
E Pianonianiero, ancora oggi, porta dentro di sé quel tempo lontano —
quando era solo un prato,
ma già era paese.