La riforma della giustizia è legge: l’Italia cambia volto dopo decenni di dibattiti

Il progetto di Silvio Berlusconi diventa realtà con il governo Meloni

La giustizia italiana ha compiuto uno dei cambiamenti più significativi degli ultimi decenni. Con l’approvazione definitiva al Senato, la riforma che separa le carriere tra giudici e pubblici ministeri è ora legge dello Stato. Si tratta del compimento di un progetto politico e istituzionale che Silvio Berlusconi aveva avviato oltre vent’anni fa, e che il governo guidato da Giorgia Meloni ha portato a termine con determinazione.

Un progetto lungo decenni

Negli anni dei governi Berlusconi, il tema della giustizia è stato uno dei cardini della sua agenda politica. Con una carriera costellata di processi e conflitti con la magistratura, Berlusconi ha sempre sostenuto la necessità di riformare un sistema giudiziario che, a suo dire, aveva perso equilibrio e imparzialità.
Nel cuore della sua visione c’era proprio l’idea di separare le carriere dei giudici da quelle dei pubblici ministeri — per garantire, secondo lui, una giustizia più equa e indipendente.
Ostacolato per anni da opposizioni politiche e resistenze interne alla magistratura, il progetto sembrava destinato a restare incompiuto. Fino a oggi.

Cosa prevede la nuova legge

Il provvedimento approvato in via definitiva dal Parlamento introduce la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti.
Nascono così due distinti Consigli Superiori della Magistratura: uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica.
Viene inoltre istituita un’Alta Corte disciplinare indipendente, con il compito di pronunciarsi sui procedimenti riguardanti condotte e responsabilità dei magistrati.

La riforma prevede anche nuovi criteri di valutazione e avanzamento di carriera, basati su merito e trasparenza, con l’obiettivo dichiarato di ridurre l’influenza delle correnti politiche e interne alla magistratura.

Le reazioni

Il governo Meloni ha salutato l’approvazione come “una riforma storica, che restituisce equilibrio tra poteri e rafforza la fiducia dei cittadini nella giustizia”.
Forza Italia, nel ricordare il ruolo fondativo di Silvio Berlusconi, ha definito la giornata “un riscatto politico e ideale per una battaglia condotta per trent’anni”.

Di segno opposto le reazioni dell’opposizione. Il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle parlano di “una svolta pericolosa” e di “un attacco all’autonomia della magistratura”. Secondo le forze di centrosinistra, la separazione delle carriere potrebbe rendere i pubblici ministeri più esposti all’influenza del potere politico, minando l’equilibrio costituzionale tra i poteri dello Stato.

Il prossimo passo: il referendum

Come previsto dalla Costituzione, la riforma — essendo di natura costituzionale — sarà sottoposta a referendum confermativo nella primavera del 2026.
Sarà dunque il voto dei cittadini a stabilire se questo nuovo assetto della giustizia entrerà definitivamente in vigore.
La consultazione si annuncia come un momento decisivo, capace di segnare una frattura tra passato e futuro, e di ridefinire il rapporto tra politica e magistratura.

Conclusione

Con l’approvazione della riforma, l’Italia entra in una nuova fase della sua storia giudiziaria.
Un progetto nato con Silvio Berlusconi e portato a termine dal governo Meloni, che promette di ridefinire i confini dell’indipendenza e dell’equilibrio dei poteri.
Tra entusiasmi e timori, il Paese si prepara ora a dare l’ultima parola: quella del popolo, chiamato a pronunciarsi sul destino della giustizia italiana.

Il Sognatore lento