C’era un tempo, a Montenerodomo, in cui le notti non erano tutte uguali.
Alcune avevano una luce diversa, fioca ma viva: la luce del lume alla finestra.
Non era solo un’abitudine, ma un linguaggio silenzioso, una preghiera che attraversava il buio dei monti e delle distanze.
Quel lume, acceso con cura prima di dormire, significava attesa.
Aspettava un figlio partito per la guerra, un marito emigrato in Belgio o in Svizzera, un fratello che aveva promesso di tornare.
Era un piccolo segno di speranza, una fiamma che diceva: “Qui qualcuno ti pensa. Qui c’è ancora casa.”
L’attesa che non dorme
Le donne erano le prime a ricordarsi di accenderlo.
Poggiavano il lume sul davanzale, vicino al vetro, e lo proteggevano con un piattino o una mano quando il vento entrava dal comignolo.
Poi restavano qualche minuto a guardarlo tremare, come se in quella danza lieve potessero leggere un segno, un presagio, una risposta.
Molte volte la luce restava accesa fino a notte fonda, anche quando ormai non si vedeva più nessuno passare.
Era la compagnia di chi rimaneva, il modo di sentirsi meno soli.
Ogni finestra illuminata raccontava una storia: una promessa, un dolore, una speranza che resisteva.
Nei mesi più freddi, con la neve che copriva tutto, quelle luci sparse nel buio sembravano stelle cadute dai monti per fermarsi tra le case.
E da lontano, chi tornava davvero, riconosceva il paese proprio da quei punti di luce: un piccolo firmamento umano sospeso nella notte.
Le lettere e il silenzio
A volte il lume restava acceso per anni.
Le notizie arrivavano con lentezza, scritte su fogli ingialliti o su cartoline spedite da mari lontani:
“Sto bene. Non vi preoccupate. Tornerò presto.”
E intanto il tempo passava, e il lume continuava a bruciare, come se la fiamma avesse imparato a vivere d’attesa.
Quando arrivava una lettera, la si leggeva in cucina, davanti al camino, e il lume restava acceso anche di giorno, quasi fosse un modo per ringraziare.
E se, invece, la lettera non arrivava più, nessuno aveva il coraggio di spegnerlo.
Meglio lasciarlo lì, a vegliare sul ricordo di chi non era tornato.
La notte del ritorno
Ma ogni tanto accadeva il miracolo.
In certe notti d’inverno, quando la neve cadeva fitta e il paese dormiva, si udivano passi lenti sulla strada.
Un cane abbaiava, una porta cigolava, e qualcuno si alzava dal letto, incredulo.
Alla finestra, la luce tremava come impaziente.
E allora accadeva: una mano bussava piano, una voce diceva un nome.
La porta si apriva e il lume, finalmente, trovava il suo scopo — illuminare il volto del ritorno.
Non servivano parole.
Bastava spegnere la fiamma con un soffio e dire:
“Mo’ sì tornate.”
Oggi
Oggi, quasi nessuno accende più un lume alla finestra.
Ci sono luci al neon, telefoni che lampeggiano, notifiche che dicono “arrivato” prima ancora che uno si renda conto di essere a casa.
Eppure, in certe notti tranquille, capita ancora di vedere una finestra accesa più delle altre.
Forse è solo un’abitudine dimenticata, o forse è qualcuno che, senza saperlo, tiene viva la memoria dell’attesa.
Perché ogni paese che ha visto partire i suoi figli ha bisogno di un lume acceso —
non per chi deve arrivare, ma per ricordare chi non ha mai smesso di aspettare.
📷 Montenerodomo – Finestra con lume acceso nelle notti d’inverno, anni ’50.
✍️ Serie “Montenerodomo di un tempo” – Il Sognatore Lento