Il vino delle vigne monteneresi

Capitolo 23 – Montenerodomo Il calice e la parola
Dove la vite resiste e la memoria prende voce
A Montenerodomo, fino alla fine degli anni Sessanta, il vino era una conquista.
Pochi avevano le vigne proprie, piantate nei punti più caldi e soleggiati — ma quasi tutte le famiglie ricevevano o compravano l’uva dalle valli, dove il sole e la terra generosa davano grappoli più pieni.
Le ceste salivano sul dorso dei muli, avvolte in teli e coperte per non disperdere il succo.
Quando arrivavano in paese, la casa si riempiva di odore dolce: era il profumo dell’autunno, della festa, della comunità.
Il rito della pigiatura
Ogni famiglia faceva il proprio vino, a modo suo.
Nelle cantine scavate nella pietra o nei piccoli locali accanto alla stalla, si stendevano le tinozze di legno e si pigiava l’uva con i piedi nudi.
I bambini guardavano ridendo, le donne aiutavano a raccogliere il mosto, gli uomini travasavano con gesti antichi e precisi.
Il vino non era mai uguale: cambiava da casa a casa, come cambiano le persone.
Da Peppino era più aspro, da Concetta più dolce, da zi’ Michele più “forte che medicina”.
Ma per tutti era un segno di casa, di dignità, di continuità.
Le sere al lume
Nelle lunghe sere d’inverno, il vino era la voce che riempiva il silenzio.
Ci si riuniva attorno al fuoco, si spezzava il pane, si passava il bicchiere.
Si parlava piano, come per rispetto alla notte: dei figli emigrati, del raccolto, dei compaesani partiti per l’Australia o la Svizzera.
Ogni sorso diventava memoria e conforto.
Il vino scioglieva le lingue, ma non l’anima: restava un gesto sobrio, misurato, come tutto ciò che apparteneva davvero.
Il vino e la misura
“Un bicchiere lega, una bottiglia divide”, dicevano gli anziani.

Il vino buono era quello che sapeva far parlare senza far dimenticare.
Serviva per accompagnare una storia, per chiudere una fatica, per benedire un giorno.
L’eccesso non apparteneva al paese: la gente di montagna conosceva il limite, e lo rispettava come si rispetta il tempo.
Il vino era ponte, non abisso.
Le ultime vendemmie
Negli anni Sessanta le vigne cominciarono a sparire, una dopo l’altra.
L’emigrazione, la fatica e i cambiamenti del clima resero difficile coltivare l’uva così in alto.
Molti smantellarono i filari, piantarono patate e grano.
Ma in ogni casa restò una botticella di vino proprio, fatto con l’uva portata su da sotto, come un rito che nessuno voleva spezzare.
Ancora negli anni Settanta, nei giorni di festa, si sentiva dire:
“Bevi, questo è il mio vino, fatto con le mani mie.”
E in quel bicchiere c’era il sapore della terra, della fatica, e di un orgoglio semplice.
Il tempo che resta
Oggi, tra le pietre e i rovi, si trovano ancora i vecchi paletti di castagno delle
vigne di montagna.
Testimonianze mute di un tempo in cui ogni famiglia, anche povera, sapeva produrre qualcosa di suo.
Il vino era la parola del paese, la lingua comune delle case.
Non si comprava: si condivideva.
E ogni volta che un bicchiere torna a riempirsi, da qualche parte nel cuore della montagna torna a vibrare quell’antico brindisi contadino:
“Alla salute, e che il vino non manchi mai — né in casa, né tra gli amici.”
E chissà, con il cambiamento del clima,
forse un giorno tra queste pietre torneremo a vedere una vigna di Montenerodomo,
a ricordarci che il sole, la terra e la pazienza — come il vino — sanno aspettare.
Il Sognatore lento