Capitolo 25 – Cotiche e fagioli

Il fuoco lento della memoria

✒️ Rubrica: Cucina della memoria – Il Sognatore Lento

C’era un tempo, a Montenerodomo, in cui la cucina non aveva orologi.
Il tempo lo decideva il fuoco.
E il fuoco, in paese, parlava una lingua tutta sua: lenta, calda, antica.

Il borbottare della pignata sulla carbonella, il profumo che usciva piano dalla porta della cucina, le voci che si intrecciavano tra le case strette del paese alto…
Quella era la colonna sonora delle mattine d’inverno.

Chi è partito — in Belgio, in Svizzera, in America, in Australia — lo riconosce ancora quel profumo. Resta attaccato addosso come certe parole che non si

dimenticano.


Le cotiche: niente si sprecava, tutto aveva valore

A Montenerodomo non si buttava via nulla.
Il maiale era una benedizione, una sicurezza, un modo di dire: ce la faremo anche quest’anno.

Le cotiche erano considerate “povere”, ma nessuno le chiamava così.
Perché il valore non era nel prezzo, ma nel gesto: pulirle, tagliarle, lasciarle in acqua fredda tutta la notte. Poi il fuoco, quello vero, che le addolciva piano piano.

C’era chi — e i monteneresi lo sanno bene — le metteva al forno, proprio nei forni che hanno visto generazioni di mani impastare pane.
E ne uscivano croccanti, dorate, saporite come poche cose al mondo.

Quelle cotiche, una volta pronte, finivano nei barattoli:
scorta preziosa per l’inverno, spuntino, compagnia alle giornate di neve.

E quando una mamma le aggiungeva al sugo con le uova lesse, allora sì che era festa.
Un piatto semplice, ma ricco come un giorno di sole.


Cotiche e fagioli: il matrimonio che scaldava le case

Era un rito, quasi una liturgia.
La sera prima si mettevano i fagioli a mollo.
La mattina, prestissimo, la pignata veniva sistemata accanto alla brace viva.

Niente gas, niente timer.
Solo la brace che respira e cucina.

Dentro, lentamente, si tuffavano le cotiche già ammorbidite.
E iniziava la magia.

Il profumo saliva, entrava nelle stanze, usciva in strada, si mescolava con l’aria fredda dei 1165 metri, e raccontava una storia che i monteneresi lontani ricordano come fosse ieri.

Quella zuppa, fatta di due ingredienti poveri, aveva il sapore della terra e della dignità.
Di chi si svegliava presto, di chi non si lamentava, di chi portava avanti la famiglia con il lavoro e con l’ingegno.

Il croccante delle cotiche, la morbidezza dei fagioli:
il contrasto era il segreto della felicità.


Le cotiche nel sugo con le uova: la domenica del gusto

C’era un altro modo, amatissimo, di prepararle.

Cotiche abbrustolite, poi tuffate in un sugo denso, profumato, rosso come i tramonti sul Maiella.
Cipolla, aglio, un pizzico di pepe o peperoncino — qui ognuno aveva la sua mano.

E sopra, a completare, le uova lesse.

Il piatto arrivava in tavola fumante, e tutti lo sapevano:
quel giorno il lavoro nei campi sarebbe andato un po’ più veloce, perché la pancia e il cuore erano pieni.

Era un piatto di festa, ma anche un modo per dire grazie a ciò che la terra dava.
Un piatto che oggi, a chi vive lontano, basta nominarlo per far tornare in mente un volto, un camino, un inverno della giovinezza.


Un patrimonio che cammina con noi

Le cotiche non sono solo cibo.
Sono una storia da raccontare.

Sono i gesti delle nostre nonne, la legna che bruciava piano, le mani che sapevano fare tutto.
Sono i nostri ricordi d’infanzia, quando fuori c’era la neve, dentro il calore del focolare, e la pignata che cucinava senza fretta.

Chi vive lontano lo sa:
ci sono piatti che non sfamano solo, ma tengono insieme.

E cotiche e fagioli sono uno di questi.
Un piatto che unisce Montenerodomo con il resto del mondo, che ricorda chi eravamo e chi siamo ancora, anche dopo migliaia di chilometri.

La cucina contadina insegna una cosa semplice e vera:
i cibi poveri non esistono.
Esistono cibi ricchi di storia.

E questa storia appartiene a noi, ai monteneresi sparsi nel mondo, a chi torna ogni agosto e sente ancora quel profumo salire da qualche cucina del paese.

È il fuoco lento della memoria.
E non si spegne mai.


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