Giustizia Minorile: quando cambiano i giudici, cambia il destino dei bambini

Rom, italiani o terzo mondo: non conta. Conta che ci sia lo stesso metro di giudizio per tutti.


Il problema non è “lo Stato”: sono i giudici e le loro interpretazioni

«La giustizia non guarda il colore.
Dovrebbe guardare i bambini.»**

In Italia i giudici minorili hanno un potere enorme, quasi totale, nel decidere se un bambino può restare nella propria casa o deve essere trasferito in una struttura.
E questo potere si basa su un elemento pericoloso: la discrezionalità, cioè l’interpretazione personale del magistrato.

Non esiste un protocollo rigoroso.
Non esistono parametri univoci.
Non esiste una griglia chiara e nazionale che definisca cosa significhi:

  • “trascuratezza grave”
  • “ambiente inadeguato”
  • “incapacità genitoriale”
  • “pericolo per il minore”

Ogni giudice decide secondo la propria sensibilità.
Ogni tribunale minorile usa criteri suoi.
Ogni città interpreta la legge in modo diverso.

Risultato?
Lo stesso caso, in due luoghi diversi, può portare a decisioni opposte.

Questo è inaccettabile, soprattutto quando si parla di bambini.


Interventi dove è facile, silenzi dove è difficile

La disparità più evidente è questa.

Quando davanti c’è una famiglia “semplice”, isolata, senza mezzi, senza avvocati forti, senza rete sociale, basta una segnalazione pesante e due relazioni negative:
👉 l’allontanamento scatta rapidamente.

Poi guardiamo situazioni molto più complesse — come certe realtà dei campi rom, ma anche famiglie italiane in condizioni gravissime o nuclei arrivati dal terzo mondo — dove l’ambiente è spesso più problematico di quello che ha portato all’allontanamento della prima famiglia.

Eppure lì non succede nulla o si interviene con ritardi e timidezze.

Da qui la domanda più logica:

👉 Perché in un caso si interviene subito e nell’altro no?

La risposta è semplice e scomoda:

  • intervenire su una famiglia isolata è facile;
  • intervenire su un gruppo forte o su un contesto comunitario è difficile, rischioso, impopolare.

E così la giustizia minorile si trasforma in ciò che non dovrebbe mai essere:

👉 forte con i deboli, debole con i forti.


Rom, italiani o terzo mondo: non conta. Conta la coerenza.

Davvero l’origine è il problema?
No.
La realtà è un’altra.

Che si tratti di:

  • rom,
  • italiani,
  • famiglie arrivate dal terzo mondo,
  • nuclei fragili,
  • comunità difficili,

la tutela dei minori dovrebbe essere identica.

Perché un bambino è un bambino.
E merita:

  • cure adeguate,
  • istruzione,
  • protezione,
  • un ambiente sicuro,
  • attenzione e affetto.

Questo vale per tutti.
Sempre.

Il problema nasce quando questo principio viene applicato a metà:

  • rigoroso con alcuni,
  • inesistente con altri.

E qui la giustizia perde credibilità.


Servono criteri nazionali, chiari e uguali per tutti

Non si chiedono favoritismi.
Non si chiedono vendette.
Non si chiedono persecuzioni etniche.

Si chiede una cosa semplice:

👉 stesso problema = stessa valutazione = stessa decisione.

La base stessa della democrazia.

Per ottenerla servono:

  • criteri nazionali omogenei,
  • protocolli chiari,
  • controlli indipendenti,
  • trasparenza nelle relazioni dei servizi sociali,
  • tempi certi e uniformi,
  • formazione comune per assistenti sociali e giudici.

Perché è inaccettabile che la vita di un bambino dipenda da:

  • quale giudice capita,
  • quale città gestisce il caso,
  • quanto è complicato intervenire,
  • chi fa più rumore mediatico,
  • o dalla “giornata sì o giornata no”.

Conclusione: il diritto dei bambini non si contratta

La protezione dei minori è una funzione troppo importante per essere lasciata al caso o alla discrezionalità emotiva.

Non possiamo accettare un sistema dove:

  • alcuni vengono giudicati con la lente d’ingrandimento,
  • altri con gli occhiali appannati.

Non è giustizia.
Non è equità.
Non è tutela reale dei bambini.

Ed è per questo che lo ripeto con forza:

👉 rom, italiani o terzo mondo non conta.
Conta che ogni minore venga protetto nello stesso modo.
Conta che i giudici usino un unico metro.
Sempre.


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