
Negli ultimi giorni Milano è tornata al centro delle cronache per un episodio che fa male solo a leggerlo: un ragazzo di 22 anni, accoltellato da cinque giovani provenienti – così dicono le notizie – da famiglie “bene”.
Un gruppo, un branco. Vestiti bene, conti correnti in ordine, scuole importanti. Eppure, coltelli in mano e coscienza spenta.
La domanda che molti fanno è sempre la stessa:
di chi è la colpa?
Dello Stato, che non educa più?
Della società, che si sta imbarbarendo?
O delle famiglie, quelle stesse famiglie che mostrano facciate impeccabili ma chiudono gli occhi su ciò che accade dentro casa?
La verità è che lo Stato può fare molto, ma non può fare tutto.
Può creare leggi, percorsi educativi, prevenzione, supporto psicologico, ma non può entrare nel salotto di ogni famiglia, non può sostituire la responsabilità degli adulti che quei ragazzi li hanno messi al mondo.
Perché quando cinque ragazzi scendono in strada convinti che la vita di un coetaneo valga meno di uno sguardo storto, non siamo davanti a un deficit di sicurezza:
siamo davanti a un deficit di coscienza.
E la coscienza non la insegna lo Stato.
La coscienza si impara in famiglia: negli sguardi, nei limiti, nei “no”, nelle responsabilità quotidiane.
La coscienza nasce quando un genitore insegna che ogni gesto ha una conseguenza, che il dolore degli altri non è un rumore di fondo, che la forza non è un gioco da fare in compagnia.
Ma troppe famiglie – soprattutto quelle che hanno tutto – vivono nella grande illusione moderna: che bastino i soldi, le scuole importanti, le attività pomeridiane, l’apparenza di normalità per crescere dei figli perbene.
Poi la notte un coltello scende in strada e spazza via la facciata.
Resta solo la domanda più scomoda di tutte:
Stiamo crescendo figli o stiamo allevando animali che non riconoscono il valore della vita?
Non è una frase elegante, non è diplomatica, ma è la verità nuda.
Perché un ragazzo che aggredisce in branco, che colpisce senza misura, che non prova il minimo freno morale, non è cresciuto nel vuoto:
è cresciuto in una casa dove qualcuno non ha visto, non ha voluto vedere, o peggio, non ha insegnato nulla.
Lo Stato ha le sue colpe, certo.
La scuola pure.
La società, figuriamoci.
Ma i primi responsabili sono quelli che avrebbero dovuto dire la parola più importante, quella che oggi sembra quasi un tabù:
“No.”
No alla prepotenza.
No all’impunità.
No all’idea che tutto sia dovuto.
No alla violenza mascherata da goliardia.
E allora smettiamola di fingere che siano “ragazzi confusi”:
sono adulti in formazione che qualcuno ha abbandonato all’analfabetismo emotivo.
Se vogliamo evitare altri drammi, bisogna ripartire da lì:
dalle case, dalle famiglie, dall’educazione che non fa rumore, quella che non si vede nelle foto di Natale ma nei comportamenti quando nessuno guarda.
Perché nessuna città è sicura, nessuna legge è sufficiente e nessuna scuola è abbastanza,
se dentro le case non si cresce prima essere umani, e solo dopo essere cittadini.
«Prima di chiedere allo Stato perché fallisce, chiediamo alle famiglie cosa stanno insegnando.»
✒️ Il Sognatore Lento
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