LUNA TRA DUE MONDI: Il quaderno che sussurra

Quando la campanella suonò alla fine della mensa, Luna ebbe la strana sensazione che la mattinata fosse durata cinque minuti.
Eppure dentro di lei c’era un intero temporale.
La corsa in cortile.
Il messaggio misterioso.
La luce che aveva attraversato l’aria.
E quel braccialetto che, ogni tanto, brillava come se respirasse.
Troppo. Tutto insieme.
Si sentiva come quando provi a trattenere troppi sogni in tasca e qualcuno ti si strappa.
Rientrarono in classe per l’ora di arte.
Solo a leggere la parola arte sul cartellone appeso alla porta, Luna sentì le spalle rilassarsi.
Almeno lì poteva respirare.
L’odore era sempre lo stesso: tempera, carta umida, legno dei banchi.
Un odore morbido, sicuro.
La professoressa Silvestri era già dentro.
Indossava la solita tunica color petrolio, piena di tasche gonfie di matite, forbici, pezzetti di stoffa e oggetti misteriosi.
Sembrava una viaggiatrice che invece di souvenir collezionava colori.
Gli occhiali rotondi le scivolavano sempre sul naso.
«Benvenuti nell’ora più creativa della settimana» annunciò, battendo le mani piano.
«Qui non si copia. Non si cancella. E soprattutto non si ha paura.»
Sorrise.
«Oggi voglio vedere come vi raccontate con i colori. Ogni emozione ha un colore. E nessun colore sbaglia.»
La frase rimase sospesa nell’aria come una promessa.
Luna si sedette accanto a Sara.
Sul banco c’erano un foglio bianco, un bicchiere d’acqua e una scatola di pastelli consumati.
Sara la guardò di sbieco.
«Cosa disegnerai?»
Domanda semplice.
Risposta impossibile.
«Non lo so ancora…» mormorò Luna.
Fissò il foglio.
Bianco.
Troppo bianco.
Come quando dentro hai troppe cose e non sai da quale iniziare.
L’emozione ha un colore
La prof passava tra i banchi con movimenti lenti, quasi silenziosi.
«Pensate a come vi siete sentiti oggi» spiegò.
«Non a cosa avete fatto. A come vi siete sentiti.»
Quelle parole colpirono Luna più forte del previsto.
Come mi sono sentita?
Confusa.
Sola.
Strana.
Ma anche… viva.
Prese un pastello blu scuro.
Il blu era sempre stato il suo rifugio.
Profondo. Silenzioso. Sicuro.
Come guardare il cielo di notte quando tutti dormono.
Tracciò una linea curva.
Poi un’altra.
Senza pensarci troppo, disegnò una figura piccola, rannicchiata, con le ginocchia strette al petto.
Ecco la paura.
La riconobbe subito.
Era lei.
Ma qualcosa non tornava.
Dentro quella figura, quasi senza volerlo, prese il giallo.
Un puntino minuscolo.
Una luce.
Come una lucciola.
Come un segreto che non vuole spegnersi.
Ecco la speranza.
Si fermò.
Il disegno la guardava.
Non sembrava triste.
Sembrava… resistente.
Ed è allora che lo sentì.
Un fruscio.
Leggerissimo.
Come carta che respira.
Il quaderno.
Il primo segno
Era ancora nella cartella.
Chiusa.
Eppure Luna lo percepiva come se la stesse osservando.
Come se avesse un occhio.
O un orecchio.
O qualcosa.
Il cuore le fece un piccolo salto.
La prof Silvestri arrivò alle sue spalle.
«Interessante…» disse piano.
Luna si irrigidì.
La prof studiò il disegno a lungo.
Troppo a lungo.
«Hai messo luce dentro la paura» aggiunse.
«Non tutti ci riescono.»
Luna arrossì.
«Non l’ho fatto apposta…»
«Le cose più vere non si fanno apposta.»
Poi accadde.
Il quaderno, dentro la cartella, si mosse.
Appena.
Un tremolio.
Come un respiro trattenuto.
La prof abbassò lo sguardo.
Lo vide.
Luna lo capì dal modo in cui i suoi occhi si fermarono proprio lì.
Adesso si spaventa, pensò.
Invece no.
La prof sorrise.
Un sorriso piccolo. Conosciuto.
«Tieni d’occhio quel quaderno, Vespri» disse soltanto.
Con una calma strana.
Troppo strana.
Poi si allontanò.
Luna restò gelata.
Lo sa.
Lei lo sa.
Qualcosa da dire
Quando l’ora finì e i compagni iniziarono a riporre i lavori, Luna prese il quaderno.
Era tiepido.
Non caldo.
Tiepido.
Come una mano.
Le dita le tremavano.
Lo aprì.
Pagina bianca.
Per un secondo niente.
Poi—
Una riga comparve.
Scritta davanti ai suoi occhi.
La speranza è una luce.
Non farla spegnere.
Luna smise di respirare.
Le lettere non erano disegnate.
Stavano nascendo.
Come se l’inchiostro uscisse da sotto la carta.
La frase tremò.
Poi le parole si mossero.
Scivolarono.
Si unirono.
Si trasformarono.
Diventarono una domanda.
Tu sei pronta?
Il cuore le martellava nelle orecchie.
Pronta a cosa?
Chi sei?
Perché io?
Chiuse il quaderno di scatto.
Troppo.
Troppo reale.
Troppo vivo.
«Luna?» disse Sara. «Andiamo?»
«S-sì…»
La voce non sembrava la sua.
La voce senza voce
Nel corridoio c’era il solito caos.
Zaini che sbattevano.
Risate.
Piedi che correvano.
Eppure Luna sentiva solo il quaderno.
Ogni volta che lo sfiorava, l’aria vibrava.
Come elettricità leggera.
Come un messaggio che non riesce a uscire.
Non parlava con suoni.
Non con parole.
Ma con pensieri scritti.
E se non fosse immaginazione?
E se qualcuno la stesse davvero chiamando?
Arrivarono davanti alla porta.
Il cartello diceva: 1ª B.
Luna lo fissò.
Per un istante le lettere tremarono.
Diventarono più scure.
Poi cambiarono forma.
Come ombre.
Buona fortuna, Luna.
Il cuore si fermò.
Blink.
Tornò tutto normale.
Solo 1ª B.
Sara la tirò per la manica.
«Dai, perdiamo l’autobus!»
Luna si fece trascinare.
Ma una parte di lei restò lì.
Davanti a quella porta che aveva parlato solo a lei.
La nuova paura
Sull’autobus, seduta vicino al finestrino, Luna stringeva il quaderno al petto.
Lo teneva come si tiene una cosa fragile.
O preziosa.
O viva.
Il vetro era freddo contro la tempia.
Fuori, la città scorreva lenta: case tutte uguali, balconi con i panni stesi, un cane che tirava il guinzaglio, un semaforo che cambiava colore senza che nessuno lo guardasse davvero.
Le cose normali.
Le cose di sempre.
Eppure le sembrava che il mondo avesse un contorno diverso.
Come se qualcuno avesse alzato leggermente la luminosità della realtà.
Come se dietro ogni cosa ci fosse… altro.
L’autobus sobbalzò su una buca.
Qualcuno rise in fondo.
Due bambini litigavano per il posto.
Il solito rumore.
La solita vita.
Ma dentro di lei c’era silenzio.
Un silenzio grande.
Non lo odiava, quel quaderno.
Non lo temeva davvero.
Era peggio.
Lo sentiva necessario.
Come l’aria.
Come se, se lo avesse lasciato sul sedile accanto, qualcosa dentro di lei si sarebbe svuotato.
Come se dentro quelle pagine ci fosse una risposta che la stava aspettando da sempre.
Non da stamattina.
Non da questa settimana.
Da sempre.
Da quando era piccola e fissava il soffitto prima di dormire chiedendosi perché si sentisse diversa.
Da quando guardava il cielo troppo a lungo.
Da quando si sentiva un passo fuori dal mondo, come se tutti avessero ricevuto un manuale segreto e lei no.
La paura di prima — quella di restare sola, di non essere abbastanza, di non trovare mai il suo posto — sembrava lontana.
Piccola.
Quasi tenera.
Adesso ce n’era un’altra.
Una nuova.
Più grande.
Più luminosa.
Una paura che non pungeva.
Non graffiava.
Non faceva venire voglia di nascondersi.
Era una paura strana.
Calda.
Come stare davanti a una porta chiusa sapendo che dietro c’è qualcosa di immenso.
E tu non sai se vuoi aprirla.
Ma sai che lo farai.
Per forza.
Seguire.
Ecco cosa sentiva.
Non scappare.
Seguire.
Seguire cosa?
Seguire chi?
Seguire dove?
Le domande le ronzavano in testa come api leggere.
Abbassò lo sguardo sul braccialetto.
Per un istante rimase opaco.
Poi—
un piccolo lampo.
Un bagliore dorato.
Appena un respiro.
Ma abbastanza.
Il cuore fece un salto.
Non era un riflesso del sole.
Il cielo era coperto.
Lo sapeva.
Quella luce era sua.
Solo sua.
Luna lo sfiorò con il pollice.
Caldo.
Anche lui.
Come il quaderno.
Come se stessero parlando tra loro.
Come se lei fosse il filo che li univa.
Il paesaggio fuori diventava sempre più veloce.
Alberi.
Cartelli.
Strisce pedonali.
Tutto scappava indietro.
Solo lei restava ferma.
Ferma in mezzo a qualcosa che stava iniziando.
Qualunque cosa fosse…
non si sarebbe fermata da sola.
Lo sentiva nelle ossa.
Nel modo in cui il cuore batteva più forte.
Nel modo in cui il quaderno pesava di più, come se avesse dentro segreti troppo grandi.
E forse—
forse—
non voleva nemmeno che si fermasse.
Quella fu la parte più strana.
Non la paura.
Non il mistero.
Ma il desiderio.
Una curiosità sottile.
Come quando apri un libro e sai che ti cambierà.
Aveva voglia di sapere.
Anche se facesse male.
Anche se fosse difficile.
Anche se significasse non tornare più la Luna di prima.
Strinse il quaderno ancora più forte.
Il cartone della copertina scricchiolò piano.
Chiuse gli occhi.
E senza accorgersene sussurrò:
«Se devo essere pronta… dimmi per cosa.»
Non si aspettava una risposta.
Era solo un pensiero scappato dalle labbra.
Ma il quaderno, tra le sue braccia,
si scaldò.
Poco.
Poi di più.
Come una tazza di tè appena versato.
Come una mano che stringe la sua.
Luna riaprì gli occhi di scatto.
Il cuore le batteva fortissimo.
Per un attimo le sembrò che le pagine dentro si muovessero.
Un fruscio.
Leggerissimo.
Come se qualcuno avesse voltato un foglio da solo.
Non lo aprì.
Non ancora.
Ma sorrise.
Un sorriso piccolo.
Tremante.
Perché aveva capito una cosa.
Qualcosa stava chiamando proprio lei.
E per la prima volta…
non voleva tapparsi le orecchie.
Voleva ascoltare. ✨
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