✨ Capitolo 4 – Il Patto delle Tre Luci

Quando l’ultima campanella suonò, la scuola si svuotò in poche manciate di minuti.

I corridoi, che fino a un attimo prima erano un fiume di voci e zaini, si spensero piano. Rimase solo un’eco di passi, e quell’odore tipico delle scuole quando finiscono le lezioni: polvere calda, gesso, sudore leggero, merendine.

Luna e Sara uscirono insieme, stringendosi le spalle contro un vento che sapeva già di autunno.

Non faceva freddo davvero.

Era quel tipo di vento che ti ricorda che l’estate non è eterna. Che anche le cose belle, prima o poi, cambiano pelle.

Sara camminava un passo avanti, come se avesse già deciso che il mondo era un posto sicuro in cui muoversi.

Luna invece si muoveva più piano.

Non perché fosse stanca.

Perché dentro aveva una domanda che non riusciva a far tacere.

Il quaderno.

Quella frase.

Tu sei pronta?

Sara si voltò, facendole un sorriso che sembrava semplice ma non lo era. Aveva quel modo di guardarla come se Luna fosse già parte della sua vita, anche se si conoscevano da poco.

«Allora, domani ci sei?» chiese Sara, sottovoce, come se fosse una cosa normale. «Possiamo pranzare insieme e poi magari proviamo a vedere se il teatro fa per te…»

Luna annuì.

Ma annuire, in quel momento, le sembrò una promessa più grande del previsto.

Non un “sì, ci vediamo”.

Un “sì, entro”.

E non sapeva ancora in cosa.

Si salutarono alla fermata dell’autobus.

Sara salì per prima, con la sicurezza di chi non ha bisogno di controllare due volte dove mette i piedi.

Prima di chiudere la porta, sollevò il braccialetto blu in un mezzo saluto. Il charm a forma di stella scintillò.

Una scintilla piccola.

Ma così precisa da sembrare un segnale.

Come a dirle: a domani.

Luna rimase a guardare l’autobus allontanarsi, finché non diventò un punto tra le auto.

Poi abbassò lo sguardo sulle sue mani.

Le mani di una ragazza normale.

Eppure, da dentro lo zaino, sentiva il quaderno come si sente un animale sveglio.

Non si muoveva.

Ma era lì.

Presente.


Una sera piena di pensieri

A casa, Luna raccontò alla mamma solo le cose normali.

La nuova compagna simpatica.
La palestra enorme.
Il professore con troppi fischietti al collo.
Il bidello che sembrava sempre sul punto di sgridare qualcuno anche quando non c’era nessuno da sgridare.

La mamma ascoltò, sorridendo, e intanto preparava la cena come se il mondo avesse un ordine semplice: si torna, si mangia, si dorme, domani ricomincia.

Luna invidiò quella semplicità.

Non la serenità.

La leggerezza.

Quando la mamma le chiese: «Tutto bene?», Luna disse: «Sì.»

Era una bugia piccola.

Non cattiva.

Una bugia di protezione.

Niente magie. Ancora no.

Dopo cena si chiuse in camera sua.

La lampada sul comodino mandava una luce morbida e calda. Il resto della stanza restava in penombra: le tende mosse dal vento, la sedia con sopra la felpa buttata, il poster staccato a un angolo.

Il quaderno era sul letto, a pochi centimetri da lei.

Immobile.

Silenzioso.

Per un attimo Luna pensò che fosse stato solo un sogno. Una suggestione da primo giorno di scuola. Da nuova amica. Da braccialetto scintillante.

Si disse che era stanca.

Che era tutto.

Eppure… non riusciva ad alzarsi e spegnere la luce.

Restava lì, con le mani sulle ginocchia, a fissare la copertina del quaderno come si fissa una porta chiusa, aspettando di capire se si aprirà da sola.

Poi, all’improvviso, una riga luminosa si accese sulla copertina.

Una linea sottilissima, come un filo di luna.

Non era una luce forte.

Non illuminava la stanza.

Illuminava solo se stessa.

E questo la rese più inquietante.

Luna deglutì.

Si avvicinò, lentamente, come se un movimento brusco potesse far sparire tutto.

Aprì il quaderno.

La pagina era bianca… ma non per molto.

Le prime parole comparvero come se emergessero da sotto la carta:

Non tutti possono vedere.
Non tutti vogliono credere.
Tu puoi. Tu devi.

Luna trattenne il fiato.

Il cuore le batteva, ma non era panico.

Era riconoscimento.

Come quando senti pronunciare il tuo nome in mezzo a una folla.

Le parole tremolarono.

E poi ne arrivarono altre:

Ci sono Tre Luci.
Tre cuori che brillano.
Tre destini che si cercano.

Tre.

Non due.

Non una.

Tre.

Luna sentì un fremito correre lungo la schiena.

Tre persone?

Sara… e chi altro?

E perché lei?

La scrittura riprese, più lenta, quasi come se stesse misurando la sua reazione:

Il Patto inizia domani.
Scegli con chi stai.

Luna strinse i pugni.

Una parte di lei voleva chiudere il quaderno e nasconderlo sotto il materasso. Fingere che non fosse successo niente. Tornare a essere solo una ragazza con una giornata normale.

Un’altra parte, invece, voleva aprire quella porta invisibile e correre incontro a ogni mistero, anche se faceva paura.

E fu allora che accadde la cosa peggiore.

Il quaderno non scrisse.

Aspettò.

Come se stesse guardando Luna.

Come se volesse capire chi fosse davvero.

Luna sussurrò, senza sapere a chi parlava: «Io… non lo so.»

La carta rimase ferma.

Poi una sola parola comparve, al centro della pagina, piccola e precisa:

Dimostralo.

Luna sentì lo stomaco chiudersi.

«Come?» mormorò.

Non ci fu risposta.

Solo la pagina bianca che la fissava.

E il silenzio della stanza, improvvisamente troppo grande.


Il sogno delle stelle

Quella notte Luna fece un sogno.

Non uno di quei sogni confusi che si dimenticano al mattino.

Questo era nitido.

Come un posto che esiste davvero, da qualche parte.

Era nella palestra della scuola, vuota e silenziosa.

Le luci erano spente, ma sul pavimento brillavano tre stelle.

Non disegnate.

Vere.

Pulsanti.

Vive.

La prima era blu.

La seconda, verde.

La terza, argento puro, come la luce della luna quando si riflette sull’acqua.

Le stelle non stavano ferme.

Respiravano.

Si alzavano e si abbassavano come se avessero un cuore.

Poi, lentamente, cominciarono a sollevarsi in aria.

Salivano senza fretta, come foglie che non cadono ma tornano verso l’alto.

Formarono un triangolo perfetto.

E al centro, dove il triangolo chiudeva lo spazio, apparve una porta di luce.

Non una porta normale.

Una porta che palpitava come un cuore.

Luna si avvicinò.

Sentiva le scarpe fare un rumore che non doveva esserci: un suono pieno, denso, come se il pavimento fosse più solido della realtà.

Una voce sussurrò:

Aprila. Ma non da sola.

Luna tese una mano verso la porta.

Ma una forza invisibile la fermò.

Non la respinse.

La trattenne.

Come una mano gentile sul polso.

Qualcosa le brillò addosso.

Guardò.

Un braccialetto.

Non blu.

Argentato.

Il suo.

E quando lo vide, il sogno cambiò temperatura.

Non divenne più scuro.

Divenne più vero.

Il braccialetto emise un lampo secco, e per un istante Luna vide, oltre la porta, un’ombra che non aveva forma.

Non era un mostro.

Non era una figura.

Era un’assenza che si muoveva.

Come se la luce, dall’altra parte, avesse un buco.

Luna indietreggiò.

La porta palpitò più forte.

Le tre stelle tremarono.

E la voce tornò, più bassa:

Scegli con chi stai.
O la porta sceglierà per te.

Luna cercò Sara con lo sguardo.

Cercò qualcuno.

Ma nella palestra non c’era nessuno.

Solo lei.

E le tre luci che aspettavano.

Allora capì.

Non era un invito.

Era un Patto.

E un Patto, anche se lo firmi con un sogno, vale lo stesso.

Si svegliò col fiato corto.


Un segnale nel cielo

Si alzò e si avvicinò alla finestra.

Il pavimento era freddo sotto i piedi.

La casa dormiva.

E nel silenzio, ogni scricchiolio sembrava una frase.

Aprì la tenda.

Il cielo era limpido, pieno di stelle.

Ma una, proprio sopra la scuola lontana, brillava più forte di tutte.

Non era più grande.

Non era diversa.

Era… intenzionale.

Pulsava.

Una volta.

Due volte.

Tre volte.

Tre luci.

Luna rimase a guardare finché le palpebre non si fecero pesanti.

Non aveva tutte le risposte.

Anzi, non ne aveva quasi nessuna.

Ma sapeva questo:

Il giorno dopo, tutto sarebbe cambiato.

Perché il quaderno aveva parlato.

La magia l’aveva chiamata.

E lei… anche se aveva paura…

aveva deciso di ascoltare.


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