Da Salvini a Meloni, passando per Renzi e i Cinque Stelle:

🎵 🎶 A Natale le parole arrivano meglio se precedute dal silenzio.
Questo brano apre l’articolo: ascolta, poi leggi con calma.

tutti hanno promesso di “tagliare la burocrazia”. Nessuno l’ha davvero smontata

Perché l’immobilismo amministrativo alimenta la percezione della corruzione più di qualsiasi scandalo

Da oltre vent’anni la scena politica italiana è attraversata da una promessa ricorrente, trasversale, quasi rituale: semplificare, snellire, tagliare la burocrazia.
Cambiano i governi, cambiano i linguaggi, cambiano i colori politici. Il risultato, però, resta invariato: la macchina amministrativa continua a crescere su sé stessa, moltiplicando procedure, controlli, livelli decisionali.

Non è solo una questione di inefficienza.
È una scelta politica, spesso non dichiarata ma strutturale.

La burocrazia italiana non è un semplice apparato tecnico. È un sistema di potere che distribuisce tempi, rallentamenti, eccezioni. Decide chi aspetta, chi passa, chi deve tornare domani. Ed è proprio in questi spazi grigi, dove la responsabilità si diluisce e il tempo si allunga, che nasce e si alimenta la percezione della corruzione.

Quando una procedura diventa infinita, il cittadino non percepisce tutela: percepisce ostacoli.
Quando una pratica resta ferma senza spiegazioni, non vede legalità: vede opacità.
E dove l’opacità diventa la norma, prende forma un’idea pericolosa ma diffusa: che esistano scorciatoie, ma non per tutti.

Il paradosso è evidente.
Ogni governo dichiara guerra alla corruzione moltiplicando controlli, firme, verifiche. Ma così facendo rafforza un sistema che diventa sempre più impenetrabile, più lento, più autoreferenziale.
Non perché tutti rubino, ma perché nessuno decide.

In questo vuoto decisionale la burocrazia smette di essere garanzia di legalità e diventa un filtro selettivo.
Non premia il merito.
Non tutela il diritto.
Misura la resistenza.

Chi ha tempo, relazioni, risorse economiche o conoscenze giuste riesce ad andare avanti. Chi non le ha si ferma, rinuncia, cambia strada. È una selezione silenziosa, quotidiana, che non finisce nei titoli di giornale ma produce danni profondi e duraturi.

È qui che la percezione della corruzione diventa devastante.
Anche in assenza di reati evidenti, si diffonde la convinzione che le regole non funzionino allo stesso modo per tutti. E quando questa convinzione si radica, la fiducia nelle istituzioni si sgretola lentamente, giorno dopo giorno.

Il problema non è solo la corruzione che esiste.
È quella che si percepisce.
Perché la percezione modifica i comportamenti, orienta le scelte, spinge cittadini e imprese a cercare altrove ciò che lo Stato non riesce più a garantire: tempi certi, risposte chiare, responsabilità riconoscibili.

Smontare davvero la burocrazia significherebbe fare ciò che nessun governo ha avuto il coraggio di fare fino in fondo: ridurre la discrezionalità, semplificare davvero, accettare che l’errore sia meno dannoso dell’immobilismo.
Significherebbe restituire valore al tempo dei cittadini, non solo proclamare trasparenza.

Ma l’errore è visibile e politicamente rischioso.
L’immobilismo, invece, è comodo. Non lascia firme, non produce colpevoli, non genera scandali immediati.

Così si continua a promettere il cambiamento senza mai toccare il meccanismo che lo impedisce.
E la corruzione, vera o percepita, resta lì: non come un’eccezione del sistema, ma come una sua conseguenza naturale.

✍️ Il Sognatore Lento


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