Ma chi cazzo pensa ai posti di lavoro che spariscono dentro casa nostra?

Dopo GEDI, anche la Sevel? Manuale di smontaggio dell’Italia pezzo per pezzo

Continuiamo a parlarne, anche se ormai sembra che il dibattito sia già chiuso.
GEDI, la Sevel, altre fabbriche che spariscono: non possiamo permetterci di far finta di niente, mentre il Paese lentamente si smonta.
C’è un momento, nella vita di un Paese, in cui le domande iniziano a farsi più rumorose delle risposte.
Non urlano.
Si insinuano, silenziose e scomode, tra un talk show e l’altro. Ma mentre i giornalisti discutono di Gaza e Kiev, qualcuno dovrebbe alzarsi e chiedere: Ma chi cazzo pensa ai posti di lavoro che spariscono dentro casa nostra?

Non lo fanno.
I giornalisti, quelli veri, quelli con il fiato sul collo della politica, sono troppo occupati a inseguire i titoli altisonanti che ci dicono che “siamo in guerra” e che “la pace è lontana”. Intanto, le guerre industriali se ne vanno avanti, invisibili e silenziose, come una dismissione che non fa notizia.

Non è più il tempo dei grandi fallimenti pubblici, no.
Ora la strategia è un po’ più subdola: si chiudono porte senza fare rumore, si abbassano luci su fabbriche che un tempo erano il cuore pulsante dell’Italia. Come la Sevel, che se ne va via con tutta la sua produzione, senza che nessuno si sia preso la briga di fermarsi un secondo e chiedersi “E chi ci rimette?”

E mentre in Italia si chiacchiera di spesa pubblica, di austerità e di tagli, il cittadino medio – quello che di spesa ne fa molta, perché il prezzo del latte è ormai da cartellino del lusso – è ancora là, con il suo carrello stracolmo e il portafoglio vuoto.

Gli onorevoli, però, che manco una volta al mese entrano in un supermercato per comprare una mozzarella (che a loro nemmeno interessa), continuano a parlare di come “aumentano i costi” senza sapere nemmeno quanto costa una bottiglia d’acqua al supermercato sotto casa.

Eppure, in TV continuano a mostrarci il salotto buono della politica, dove nessuno ha mai paura di andare a fare la spesa, perché tanto… c’è sempre qualcuno che la paga per loro.

Ecco perché dobbiamo continuare a parlarne.
Non possiamo permettere che queste storie scivolino via nell’oblio. Dobbiamo tenere alta la guardia e non permettere che la chiusura di una fabbrica, il licenziamento di migliaia di lavoratori, passi inosservata. Ogni volta che il sipario si alza su una nuova crisi, dobbiamo essere pronti a dire: “Ci siamo, e non ci arrendiamo”. Solo così potremo fermare la smontatura silenziosa del nostro Paese.

Alla prossima.


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