
Dicembre non è solo l’ultimo mese dell’anno.
È il mese in cui le famiglie fanno i conti sul serio. Non quelli astratti, ma quelli concreti: spesa, bollette, riscaldamento, regali, tasse. È il momento in cui il lavoro mostra il suo valore reale, non quello raccontato nei discorsi ufficiali.
Per questo dicembre è anche il mese delle tredicesime. Una parola che dovrebbe significare respiro, sollievo, equilibrio. Ma che, a seconda di chi la riceve, racconta due Paesi molto diversi.
Facciamo un confronto semplice. Niente slogan. Solo numeri pubblici.
Da una parte ci sono due parlamentari, marito e moglie.
Entrambi con incarico istituzionale, entrambi retribuiti secondo le regole previste per il Parlamento.
Nel mese di dicembre, considerando l’indennità mensile e la tredicesima:
- circa 17.000 euro a testa minimo
- circa 34.000 euro complessivi minimo
Dall’altra parte c’è una coppia qualsiasi.

Due persone che lavorano ogni giorno, senza privilegi, senza visibilità, senza rimborsi. Entrambi con uno stipendio netto di 1.500 euro al mese, che oggi non rappresenta il benessere, ma la normalità.
A dicembre, per loro, i conti sono questi:
- 3.000 euro di stipendi
- + 3.000 euro di tredicesima
- Totale: 6.000 euro
Il confronto è immediato:
34.000 contro 6.000.
Non è una provocazione. È matematica.
Una coppia istituzionale incassa in un solo mese ciò che una coppia di lavoratori deve accumulare in quasi sei mesi di lavoro. E questo senza considerare imprevisti, malattie, spese straordinarie, figli, mutui.
Qui non si parla di lusso.
Si parla di vita quotidiana.
Per chi vive con 1.500 euro al mese, dicembre è spesso il mese delle rinunce: si sceglie cosa pagare prima, cosa rimandare, cosa tagliare. La tredicesima non è un extra: è una stampella. Serve a rimettere in pari i conti, non a sognare.
Per chi invece vive in una dimensione economica completamente diversa, dicembre è solo una voce in più sul conto corrente. Una sicurezza che rende invisibili le difficoltà altrui.
Ed è qui che nasce il vero problema.
Non nel fatto che qualcuno guadagni bene, ma nel fatto che chi decide le regole del lavoro e dell’economia vive una distanza enorme dalla realtà di chi lavora davvero.
Quando il tuo stipendio di dicembre vale come mezzo anno di un’altra famiglia, il rischio è perdere il contatto con la misura delle cose. Con il peso delle scelte quotidiane. Con l’ansia che accompagna chi sa che basta una spesa imprevista per far saltare l’equilibrio.
Questo non è un attacco personale.
È una riflessione sociale.
I dati citati sono pubblici. Il confronto è numerico. Ma il significato è politico, nel senso più alto del termine: riguarda la convivenza, l’equità, la credibilità delle istituzioni.
Perché un Paese regge solo se chi lo governa riesce ancora a immaginare cosa significhi arrivare a fine mese. Non in teoria, ma nella pratica.
E allora forse la domanda non è quanto guadagnano alcuni.
La vera domanda è: quanto vale il lavoro degli altri.
Non sono due stipendi.
Sono due Italie.

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