
La morte del Vate
La morte di Gabriele D’Annunzio non arriva come un evento.
Arriva come una conclusione naturale.
È il 1° marzo 1938.
Al Vittoriale il lago è immobile,
l’aria è ferma,
il tempo sembra sospeso da giorni.
Il poeta muore nella sua stanza,
circondato dagli oggetti che aveva scelto
come si scelgono le ultime parole.
Non c’è folla.
Non c’è clamore.
Non c’è battaglia.
Solo silenzio.
Una fine senza teatro
Per tutta la vita D’Annunzio aveva trasformato ogni gesto in scena.

La morte, invece, la lascia nuda.
Il corpo cede senza dramma.
Come se anche lui avesse compreso
che non c’era più nulla da dimostrare.
Le mani, che avevano scritto e comandato,
restano immobili.
Il volto è stanco,
non sconfitto.
Non è la fine di un combattente caduto.
È la fine di un uomo che ha attraversato il proprio tempo
fino all’ultimo limite.
La reazione dello Stato

Il regime reagisce con compostezza solenne.
D’Annunzio viene celebrato come grande italiano,
come poeta nazionale,
come gloria della patria.
Le parole ufficiali sono misurate.
Rispetto, onore, riconoscimento.
Ma c’è un vuoto tra i discorsi
e ciò che il poeta era diventato davvero.
Lo Stato lo saluta come simbolo concluso.
Come qualcosa che non può più disturbare.
Il popolo e il ricordo
Tra la gente il sentimento è diverso.
Non c’è entusiasmo.

C’è una malinconia diffusa.
Molti sentono che se ne va
non solo un uomo,
ma un’epoca.
D’Annunzio aveva incarnato un’Italia inquieta,
contraddittoria,
ancora capace di rischiare.
Ora quell’Italia sembra lontana.
I giovani non lo conoscono davvero.
Gli adulti lo ricordano a metà.
Gli anziani lo associano a una stagione ormai chiusa.
Il mito resiste,
ma è stanco.
Il Vittoriale resta
D’Annunzio muore,
ma il Vittoriale rimane.

Non come luogo di lutto,
ma come presenza permanente.
La casa, il parco, le navi, le iscrizioni:
tutto è pronto a continuare senza di lui.
È forse la sua vittoria finale:
aver costruito un luogo che non dipende più dal corpo.
Un monumento che non celebra,
ma conserva.
Un uomo che ha vissuto troppo
D’Annunzio lascia dietro di sé
un’eredità difficile.
Non è stato solo poeta.
Non è stato solo politico.
Non è stato solo profeta.
È stato una contraddizione vivente.

Ha acceso entusiasmi
e generato equivoci.
Ha ispirato bellezza
e fornito strumenti pericolosi.
Ma non è mai stato mediocre.
E questo, nel bene e nel male,
lo rende ancora scomodo.
Chiusura
Il Capitolo 27 si chiude così:
con un uomo che muore
mentre il mondo si prepara
a una guerra che lui aveva temuto.
D’Annunzio se ne va
prima di vedere il disastro compiersi.
Prima di assistere
alla rovina che aveva intuito.
Resta il mito.
Resta l’opera.
Resta la domanda.
Che cosa si fa
di un uomo che ha vissuto
sempre un passo oltre il suo tempo?
La risposta, come spesso accade,
non è della storia.
È di chi legge.

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