Capitolo 4 – L’Italia degli Aumenti Invisibili

Sei capitoli di satira e un finale al vetriolo

L’arte italiana della riforma eterna

In Italia la riforma non è un atto.
È una condizione permanente.

Non serve tanto a cambiare le cose,
quanto a dimostrare che qualcosa si sta muovendo.
E questo, molto spesso, basta a placare coscienze, titoli di giornale e conferenze stampa.

Qui non esistono problemi irrisolti.
Esistono solo riforme in corso.


La riforma annunciata

Ogni riforma nasce sempre allo stesso modo:
con un annuncio solenne.

Conferenza stampa.
Slide colorate.
Parole grandi quanto vaghe:

“Svolta storica”
“Riforma strutturale”
“Un cambio di paradigma”
“Non si torna indietro”

In questa fase non conta cosa si riforma.
Conta come suona la riforma.

Il linguaggio è studiato per trasmettere movimento,
non per spiegare conseguenze.

L’annuncio è il momento di massima efficacia della riforma.
Prima ancora che venga applicata,
ha già assolto la sua funzione comunicativa.


La riforma interpretata

Subito dopo l’annuncio arriva il primo ostacolo:
la realtà.

Ed è qui che nasce una figura fondamentale del sistema italiano:
l’interpretazione.

Il testo è scritto.
Ma non è chiaro.
O meglio: è chiarissimo per chi lo ha scritto,
ma indecifrabile per chi deve applicarlo.

Così arrivano:

  • circolari esplicative
  • note interpretative
  • FAQ
  • webinar
  • linee guida non vincolanti ma “consigliate”

Ogni chiarimento aggiunge complessità.
Ogni spiegazione apre una nuova domanda.

Alla fine nessuno sa più quale versione sia quella valida,
ma tutti sanno che la riforma è viva.


La riforma corretta

Quando emergono le prime falle, non si parla mai di errore.
Si parla di correzione.

Piccoli aggiustamenti.
Ritocchi tecnici.
Chiarimenti necessari.

Il decreto resta formalmente lo stesso,
ma viene modificato nella sostanza.

Poi arriva un altro decreto,
che non abroga il precedente,
ma lo integra.

E così convivono:

  • il testo originale
  • il correttivo
  • il correttivo del correttivo

Un sistema normativo che somiglia sempre più a una stratificazione geologica.


La riforma riformata

A questo punto la riforma entra nella sua fase più nobile:
quella in cui viene riformata.

Non perché abbia fallito.
Ma perché:

  • è cambiato il ministro
  • è cambiata la maggioranza
  • “ce lo chiede l’Europa”
  • “ce lo chiedono i territori”

Ogni nuova riforma nasce dalla precedente
senza mai dichiararne apertamente l’insuccesso.

È un’eleganza tutta italiana:
non ammettere mai che qualcosa non ha funzionato,
ma ripartire da lì come se fosse normale.


La transizione infinita

Il vero capolavoro della riforma eterna è la fase transitoria.

In Italia nulla entra mai in vigore davvero.
Entra in sperimentazione.

Un anno di transizione.
Poi due.
Poi una proroga tecnica.
Poi una sospensione parziale.

Nel frattempo convivono:

  • il vecchio sistema
  • il nuovo sistema
  • quello “in via di superamento”

Risultato:
uffici diversi applicano regole diverse.
Cittadini uguali ricevono trattamenti diversi.

Ma nessuno sbaglia,
perché tutto è transitorio.


Il movimento senza avanzamento

Ed è qui che si realizza il miracolo.

Si scrive.
Si modifica.
Si proroga.
Si aggiorna.

Tutto si muove,
ma nulla avanza.

Il problema iniziale resta identico,
solo più circondato da norme, sigle e rinvii.

Il cittadino non vede benefici concreti,
ma vede titoli.

E in un Paese dove l’annuncio conta più del risultato,
il titolo è già una mezza riforma riuscita.


La riforma come alibi

La riforma eterna funziona perfettamente come alibi.

Se qualcosa non va:

“Siamo in fase di riforma.”

Se i risultati non arrivano:

“Serve tempo.”

Se i problemi aumentano:

“È l’effetto collaterale del cambiamento.”

La riforma non risolve.
La riforma assolve.


Quando cambiare serve a non cambiare

Dopo anni di interventi,
il sistema è spesso identico a prima.

Stesse inefficienze.
Stessi colli di bottiglia.
Stessi disservizi.

Ma con una differenza fondamentale:
ora nessuno è più responsabile,
perché è tutto in riforma.


Conclusione – Il capolavoro italiano

L’arte italiana della riforma eterna è raffinata.
Elegante.
Persistente.

Consiste nel cambiare continuamente
per non cambiare mai.

Nel produrre movimento
per evitare l’avanzamento.

Nel confondere l’azione
con il risultato.

Un talento nazionale poco riconosciuto,
ma praticato con costanza.

Un’altra eccellenza che non ha bisogno di valutazioni.