La tragedia di Crans: un altro tempo, un altro linguaggio

Se guardiamo a quanto accaduto a Crans-Montana, colpisce una cosa semplice:
l’assenza di rumore.

Non l’assenza di dolore.
Non l’assenza di domande.
Ma l’assenza di quel frastuono che, da noi, arriva sempre prima dei fatti.

In Svizzera il silenzio non è imbarazzo.
È tempo lasciato alla realtà per presentarsi da sola, senza trucco.


Il silenzio come scelta adulta

A Crans-Montana non c’è stata la maratona di commenti.
Nessuna diretta infinita con esperti convocati mentre ancora cercano il parcheggio.
Nessun “dibattito urgente” sul nulla.

Le parole sono arrivate dopo.
Poche.
Tecniche.
Noiose, persino.

E proprio per questo credibili.


Ora immaginiamo l’Italia (esercizio di fantasia, ma non troppo)

Se fosse successo in Italia, la tragedia avrebbe avuto una scaletta precisa.
Rigorosa.
Collaudata.

Ore 1–2:
Breaking news. Musica drammatica. Titolo già definitivo:
“Poteva essere evitato?”

Ore 3–4:
Primo talk show straordinario.
Esperti di tutto: sicurezza, sociologia, clima, fascismo, patriarcato, neoliberismo.
I fatti? In arrivo. Forse.

Ore 5–6:
La colpa è già chiara.
Non sappiamo come.
Ma lo sappiamo.


Il governo colpevole per definizione

In Italia il governo è come il prezzemolo:
sta bene ovunque.

Non importa se il fatto è:

  • locale,
  • privato,
  • accidentale.

La domanda non è cosa è successo,
ma perché il governo non ha fatto qualcosa prima che succedesse.

Prima ancora di sapere cosa.


Il momento dei radical chic

Poi entrano loro.
Sempre puntuali.
Sempre moralmente superiori.

Editoriali che iniziano con:

“Questa tragedia ci dice molto di chi siamo…”

Post indignati scritti da salotti sicuri,
con la tragedia trasformata in metafora elegante.

La vittima diventa simbolo.
Il dolore diventa dimostrazione.
E chi non commenta abbastanza in fretta
viene accusato di insensibilità.

Il silenzio?
Inammissibile.
Non genera like.


La tragedia come contenuto

Nel nostro Paese la tragedia non viene attraversata.
Viene prodotta.

Serve a:

  • prendere posizione,
  • marcare differenze,
  • alimentare la campagna elettorale che non finisce mai.

Perché in Italia non esiste più il “dopo”.
Esiste solo il “subito”.

Subito dire qualcosa.
Subito schierarsi.
Subito accusare qualcuno.


Crans-Montana

Tornando a Crans-Montana, il contrasto è quasi imbarazzante.

Nessuno ha sentito il bisogno di:

  • spiegare la Svizzera agli svizzeri,
  • usare la tragedia per dimostrare di avere ragione,
  • trasformare il dolore in curriculum morale.

Il linguaggio è rimasto basso.
Non perché l’evento fosse piccolo,
ma perché lo era l’ego.


Due culture, una scelta

In Italia il rumore è diventato un dovere civico.
Chi tace è sospetto.
Chi aspetta è complice.
Chi analizza è lento.

In Svizzera il silenzio iniziale non è debolezza.
È fiducia nel fatto che la realtà, se la lasci parlare,
dice più di mille commenti.


Conclusione

Il caso Svizzera non è un modello perfetto.
È uno specchio crudele.

Ci mostra che non siamo condannati al caos,
ma abbiamo scelto il rumore.

E finché ogni tragedia sarà una prova generale di campagna elettorale,
continueremo a parlare tantissimo
per capire sempre meno.

Un’analisi civile e satirica sulla tragedia di Crans-Montana che mette a confronto due culture opposte: il silenzio responsabile della Svizzera e il rumore mediatico italiano. Un articolo che riflette sulla campagna elettorale permanente, sul ruolo dei media, dei talk show e dell’indignazione automatica, mostrando come in Italia ogni tragedia venga trasformata in scontro politico prima ancora di essere compresa.

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