Minorenni, alcol e locali notturni

Dopo Crans, una domanda che non riguarda solo la legge

Dopo la tragedia avvenuta a Crans-Montana, l’attenzione pubblica si è concentrata – giustamente – su sicurezza, uscite di emergenza, controlli e responsabilità tecniche.
Sono aspetti fondamentali, che dovranno essere chiariti senza sconti.

Ma accanto a queste domande ce n’è un’altra, più silenziosa e meno comoda, che merita di essere posta senza polemica:

è giusto che minorenni frequentino locali notturni dove il consumo di alcol è parte centrale dell’esperienza?

Non per cercare colpe.
Non per criminalizzare i ragazzi.
Ma per capire se, come società adulta, stiamo davvero facendo prevenzione.


Cosa dice la legge in Svizzera

Dal punto di vista normativo, il quadro svizzero è chiaro:

  • dai 16 anni è consentito il consumo di birra e vino
  • dai 18 anni è consentito il consumo di superalcolici

Questo significa che, formalmente, alcuni minorenni possono accedere a locali e consumare alcol senza violare la legge.

Ma la legge stabilisce il minimo consentito,
non il massimo consigliabile.

Ed è proprio qui che nasce la vera questione.


Legalità non significa automaticamente prudenza

Un conto è un bar tranquillo, un contesto controllabile.
Un altro è un locale notturno affollato, dove:

  • il consumo è rapido
  • il controllo reale è difficile
  • la pressione del gruppo è forte
  • l’ambiente è rumoroso, caldo, chiuso
  • l’alcol non è accessorio, ma parte dell’esperienza

In questi contesti, la presenza massiccia di minorenni non è una necessità sociale.
È una scelta commerciale.

E ogni scelta commerciale comporta una responsabilità, anche quando è formalmente legale.


La prevenzione che non si fa mai

Dopo ogni tragedia si parla di:

  • verifiche
  • controlli
  • protocolli
  • norme

Tutto necessario.
Ma la prevenzione vera non inizia dalle uscite di sicurezza.

Inizia prima.
Dalle scelte a monte.

Ridurre l’esposizione dei minorenni a contesti ad alta intensità alcolica non è proibizionismo.
È gestione del rischio.

E il rischio, quando riguarda giovani in formazione, non dovrebbe mai essere affidato alla fortuna.


Il ruolo dei genitori: oltre la legge

C’è poi una domanda ancora più delicata, che va posta indipendentemente dalle norme:

i genitori dovrebbero permettere ai figli minorenni di frequentare locali notturni a questa età?

Qui la risposta non può essere delegata alla legge.
Perché la genitorialità non è un atto burocratico.

Consentire a un figlio minorenne di frequentare locali notturni significa accettare che venga esposto a:

  • consumo di alcol
  • dinamiche di gruppo forti
  • ambienti sovraffollati
  • stanchezza, disattenzione, stress
  • situazioni che richiedono autocontrollo adulto

Non perché i ragazzi siano “inermi”,
ma perché sono ancora in formazione.


Fiducia non è assenza di limiti

Negli ultimi anni si è diffusa una confusione pericolosa tra fiducia e assenza di confini.

Dire:

“Lo fanno tutti”
“Se non va lì, va altrove”
“Meglio che lo faccia qui che in giro”

non è educazione.
È rinuncia al ruolo adulto.

La fiducia vera non elimina i limiti.
Li spiega, li motiva, li colloca nel tempo giusto.

Crescere non significa essere gettati dentro tutto.
Significa imparare gradualmente a reggere la complessità.


La notte non è neutra

Il problema non è il divertimento.
È il contesto notturno.

La notte amplifica tutto:

  • l’alcol pesa di più
  • le reazioni sono più lente
  • la stanchezza aumenta
  • gli errori costano di più

Per questo, in ogni cultura, la notte è sempre stata territorio di passaggio, non di immersione totale per i più giovani.


Una responsabilità che non si può delegare

È comodo delegare:

  • alla legge
  • ai locali
  • al gruppo
  • alla fortuna

Ma quando si parla di esposizione al rischio, la responsabilità non è delegabile.

I genitori non possono controllare tutto.
Ma possono scegliere cosa normalizzare.

E normalizzare locali notturni affollati, alcol e folla per minorenni significa dire, implicitamente:

“Questo è un ambiente adatto a te”.

È legittimo chiedersi se lo sia davvero.


La domanda che resta

Forse, più che chiederci di chi è la colpa, dovremmo chiederci:

stiamo costruendo contesti che accompagnano i giovani verso l’autonomia,
o ambienti che monetizzano la loro fragilità?

È una domanda scomoda.
Ma è una domanda necessaria.

Perché se non la poniamo adesso,
rischiamo di porcela di nuovo,
dopo un’altra tragedia.