2 – Van Gogh

Infanzia, adolescenza e vita di un uomo prima del mito.

Capitolo 2 – Il nome e l’ombra

Un nome già pronunciato

C’è un momento, nell’infanzia, in cui il mondo smette di essere solo ciò che vedi
e comincia a essere anche ciò che ti viene chiesto di essere.

Per Vincent quel momento arrivò presto.
Non con un evento, non con una scelta,
ma con una sensazione persistente:
quella di portare addosso qualcosa che non aveva deciso,
un nome già pronunciato,
un posto già segnato,
un’attesa che non faceva rumore
ma non se ne andava mai.


Il peso silenzioso dell’identità

Quel nome non era solo un suono.


Era una traccia.

Vincent lo sentiva addosso come si sente un cappotto troppo grande:
non cadeva,
ma non era stato cucito per lui.
Ogni volta che veniva chiamato,
c’era sempre un attimo di silenzio prima,
come se la voce dovesse attraversare qualcos’altro
prima di arrivare a lui.

Non se ne parlava.
Non ce n’era bisogno.
In certe famiglie il non detto
è una forma di educazione.


Una casa ordinata

La casa in cui cresceva era ordinata, composta,
abitata da gesti misurati e parole controllate.
Il tempo aveva un ritmo preciso,
e ogni cosa sembrava sapere già dove stare.

Era un ambiente stabile, rispettato,
radicato in una cultura solida,
che dava valore alla disciplina, alla coerenza, alla funzione.


La cultura come misura

In casa non mancavano i libri.
Ma non erano lì per essere discussi.
Servivano a orientare,
non a interrogare.

La conoscenza non era uno spazio aperto,
ma una linea da seguire con ordine.
Si leggeva per comprendere il mondo così com’era,
non per metterlo in dubbio.

E questo, per molti, bastava.


Il padre e il ruolo

Il padre occupava la casa con una calma severa.
La sua autorità non aveva bisogno di alzare la voce.
Stava nella regolarità dei gesti,
nella certezza del ruolo,
nel modo in cui tutto sembrava avere un senso già definito.

Vincent lo osservava spesso in silenzio,
con rispetto
e con una domanda muta:


come si fa a coincidere così bene
con ciò che si è chiamati a essere?


La madre e lo sguardo vigile

La madre teneva insieme le cose.
I tempi,
le attenzioni,
le distanze.

Aveva uno sguardo che vedeva molto,
ma sceglieva con cura cosa nominare.
Con Vincent era affettuosa,
ma vigile.
Come se sentisse che quel figlio
portava dentro qualcosa
che non aveva ancora un linguaggio.


Stare nel mezzo

In mezzo a loro, Vincent imparava a stare composto.
Non cercava di attirare l’attenzione,
ma nemmeno di scomparire.

Occupava uno spazio intermedio,
fatto di presenza discreta
e pensieri trattenuti.

Con gli altri membri della famiglia
il rapporto era corretto, educato.
Senza attriti evidenti.
Ma anche senza vere confidenze.


Theo, il sollievo

Poi c’era Theo.

Più piccolo.
Più leggero nei movimenti.
Meno carico di silenzi.

Vincent lo osservava crescere
con un’attenzione particolare,
quasi protettiva.
Non come un padre,
ma come chi riconosce prima degli altri
la fragilità dell’altro.

Con Theo parlava di più.
Non molto.
Ma abbastanza.


Una vicinanza imperfetta

Il fratello minore non lo guardava
per capire chi sarebbe diventato.
Lo guardava e basta.

In quella relazione, Vincent trovava sollievo.
Non doveva spiegarsi.
Non doveva essere all’altezza di nulla.

Eppure, anche lì,
restava una distanza lieve.
Un pudore interiore.
L’incapacità di condividere fino in fondo
ciò che sentiva.


L’eco del nome

A quell’età, tra i sette e i dieci anni,
il nome non è ancora identità.
È un’eco.

Una presenza che ritorna
anche quando non viene chiamata.

Vincent non sapeva nulla di destino,
di arte,
di ciò che sarebbe venuto dopo.


Dosarsi per esistere

Sapeva solo che,
quando restava fermo troppo a lungo,
gli adulti si inquietavano.
E quando si muoveva troppo poco,
si preoccupavano.

C’era sempre qualcosa da regolare in lui.
Non un difetto.
Una misura.

Imparò così a dosarsi.
A non eccedere.
A non mancare.


La scuola e lo scarto

La scuola rafforzava quella richiesta di ordine.
Risposte giuste.
Tempi giusti.

Vincent non disubbidiva.
Ma non coincideva.

C’era sempre uno scarto sottile
tra ciò che gli veniva chiesto
e ciò che riusciva a restituire.

Non per incapacità.
Per eccesso.


Una domanda aperta

Col tempo, quella differenza
diventò visibile.

In una casa ordinata,
in una scuola che funzionava,
quel tipo di bambino
non è un problema.

È una domanda.


L’aria che cambia

Nessuno parlò di allontanamento.
Si parlò di opportunità.
Di studio.
Di disciplina.

Vincent ascoltava.
Capiva abbastanza
da sentire che qualcosa
stava per cambiare.


Preparare una valigia invisibile

Non subito.


Non ancora.

Solo un’aria diversa nella casa.
Come quando si prepara una valigia
prima ancora di sapere
cosa metterci dentro.

A quell’età, Vincent non sapeva
cosa volesse dire partire.
Ma stava imparando
cosa significa
non bastare più a un luogo.


Prima del passo

La casa restava la stessa.
La scuola anche.

Eppure qualcosa, dentro,
aveva già cominciato a spostarsi.

Non era dolore.
Non era paura.

Era una preparazione silenziosa.

Come se la vita, senza avvisare,
stesse allargando lo spazio
per costringerlo a camminare.


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