

C’è una porta illuminata, nella notte di Crans.
Sulla porta c’è scritto che si può entrare dai sedici anni.
Lo dice la legge. Ed è vero.
La legge stabilisce soglie, età, limiti.
Serve a mettere ordine, a tracciare confini minimi.
Ma la legge non accompagna nessuno a casa.
Non fa telefonate.
Non aspetta sveglia fino a tardi.
Fuori da quella porta, sulla neve, restano solo un paio di scarponi.
Non sappiamo di chi siano.
Ed è proprio questo il punto.
Perché il problema non è l’ingresso.
Il problema è l’uscita.
Il ritorno.
La responsabilità che comincia quando le luci si spengono e la musica finisce.
In questi giorni si discute molto di regole, di permessi, di età consentite.
È giusto farlo.
Ma c’è una domanda che resta sempre sullo sfondo, e che dà fastidio proprio perché non ha una risposta scritta:
e la famiglia, cosa dice?
Non cosa firma.
Non cosa delega.
Cosa dice davvero.
Perché crescere non è solo poter entrare da qualche parte.
È sapere che qualcuno ti aspetta.
È sapere che c’è un confine che non è imposto, ma condiviso.
Che non tutto ciò che è consentito è automaticamente giusto, opportuno, sicuro.
Questa non è una condanna dei ragazzi.
È una chiamata agli adulti.
A chi confonde la libertà con l’assenza.
A chi pensa che educare significhi solo “non vietare”.
La legge può aprire una porta.
Ma il resto – l’attenzione, la presenza, il prendersi cura –
non si scrive su un cartello.
Quello, ancora oggi,
dipende da noi.
✍️ Il Sognatore Lento
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