
LUNA TRA DUE MONDI
La campanella suonò con la solita voce stridula, ma per Luna non fu un semplice segnale di rientro.
Fu come un taglio netto.
Un confine.
Mentre tornava in classe, con Sara al suo fianco, sentiva ancora addosso la vibrazione dell’accaduto, come se l’aria stessa fosse rimasta più densa. Le dita le tremavano appena. Non di freddo. Di possibilità.
Nessuna delle due parlava.
Non perché non sapessero cosa dire, ma perché tutto ciò che contava si stava già muovendo sotto la pelle.
Il silenzio che osserva
In aula, tutto sembrava identico a prima.
I compagni ridevano, confrontavano i disegni, qualcuno si lamentava di aver sporcato il banco.
La normalità faceva il suo mestiere: coprire.
La prof Silvestri girava tra i banchi con passo leggero.
Quando passò accanto a Luna, non guardò il foglio.
Guardò lei.
Fu solo un istante, ma bastò.
Il quaderno, nello zaino, si fece caldo. Non vibrò. Non parlò.
Aspettava.
Luna sentì di nuovo quella presenza lontana.
La terza luce.
Non più una scintilla casuale, ma un richiamo preciso, come un nome pronunciato sottovoce.
“Restate”
Alla fine della lezione, mentre la classe si svuotava, la voce della prof fermò il tempo.
«Vespri. Sara. Restate un momento.»
Nessuna sorpresa.
Nessuna protesta.
Quando l’ultima porta si chiuse e il corridoio tornò silenzioso, la prof appoggiò le mani sulla cattedra.
«Quello che avete visto oggi» disse «non è un incidente.»
Sara deglutì.
Luna sentì il cuore accelerare.
«È un passaggio» continuò Silvestri. «E come tutti i passaggi… porta con sé una scelta.»
«E la terza luce?» chiese Sara, senza girarci intorno.
Un’ombra di sorriso attraversò il volto della prof.
«Non ama farsi attendere ancora a lungo.»
Il corridoio dimenticato
Camminarono lungo l’ala più vecchia della scuola.
Lì l’odore cambiava.
Di polvere, di intonaco antico, di tempo fermo.
Le pareti conservavano strati di colori sbiaditi, come se qualcuno avesse dipinto e poi ripensato tutto, più volte. Luna sentì un brivido: quelle pareti somigliavano ai suoi pensieri.
La porta era lì.
Semplice.
Di legno scuro.
Chiusa.
Eppure, Luna sentì che stava ascoltando.
«Non si apre con la forza» disse la prof. «E nemmeno con il coraggio. Si apre con il riconoscimento.»
Sara fece un passo avanti.
Il braccialetto blu pulsò, e per un istante la luce verde tornò a fiorire accanto ad esso.
Luna appoggiò la mano sulla porta.
Non bussò.
Non parlò.
Pensò.
Alla paura.
Alla meraviglia.
Alla sensazione di non sentirsi mai davvero “al posto giusto”… fino a quel momento.
La porta rispose.
Un suono profondo, come un respiro trattenuto per anni, attraversò il corridoio.
Le venature del legno si illuminarono.
E lentamente, la porta si aprì.
Oltre
Dall’altra parte non c’era una stanza.
C’era uno spazio vivo, fatto di colori sospesi, come pennellate lasciate a metà di un gesto. Non c’erano pareti vere, né pavimento, ma una sensazione di equilibrio fragile e perfetto.
Al centro, una figura.
Una ragazza.
Aveva più o meno la loro età, i capelli scuri raccolti in modo disordinato, e negli occhi una luce argentea che non cercava più di nascondere.
«Finalmente» disse, con una voce stanca ma ferma.
«Pensavo di essere l’unica.»
Sara trattenne il fiato.
Luna sentì il quaderno vibrare, poi tacere.
Come se avesse trovato risposta.
«Io sono Elia» continuò la ragazza. «E da giorni… vedo cose che non dovrebbero esserci. Porte. Segni. Voi.»
Tre luci si accesero insieme.
Blu.
Verde.
Argento.
La prof Silvestri sorrise, questa volta senza riserve.
«Il Patto non nasce mai da soli» disse. «Nasce quando qualcuno ha il coraggio di restare.»
Luna fece un passo avanti.
Non sentiva più paura.
La magia non era più qualcosa da spiegare.
Era qualcosa da attraversare.
E quella porta, finalmente, si era aperta.


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