
C’è un commento che, più di tanti discorsi ufficiali, racconta bene il momento che stiamo vivendo:
“Prima dell’industria c’erano i pastori con le pecore. Ora i capannoni ci sono, siamo avvantaggiati. Ci serve solo la qualifica da pecorai.”
Detto così, fa sorridere.
Ed è giusto sorridere, perché la satira serve a questo: a dire le cose serie senza urlarle.
Sì, è vero. Prima dell’industria c’erano i pastori.
C’era un’economia povera ma reale, fatta di fatica, di stagioni, di equilibrio fragile con il territorio. Poi è arrivata l’industria, e non ha cancellato tutto ciò che c’era prima: ha aggiunto lavoro, competenze, salari, una prospettiva diversa. Ha portato figli a scuola, mutui, dignità quotidiana.
Oggi però il movimento sembra invertito.
Non perché torni davvero la pastorizia – quella vera – ma perché se ne va l’industria senza che arrivi altro.
E allora il commento diventa profetico: i capannoni restano. Vuoti. Silenziosi.
Gusci perfetti per qualunque cosa, anche per le pecore.
Perché quando manca una visione, tutto può diventare “riconversione”.
La parola magica è proprio questa: riconversione.
Una parola che consola, che rassicura, che evita di pronunciare termini più scomodi come perdita, arretramento, assenza di strategia.
La riconversione raccontata bene diventa persino romantica: “ritorno alle origini”, “valorizzazione delle tradizioni”, “nuove opportunità verdi”.
E allora perché non farlo davvero fino in fondo?
Un bel corso “Pecorai 4.0”, finanziato, certificato, con moduli su:
– gestione del gregge in area industriale dismessa
– pascolo assistito su piazzali asfaltati
– transumanza corta tra un capannone e l’altro
Sarebbe coerente.
Sarebbe onesto.
Sarebbe almeno una visione, anche se paradossale.
Il problema non sono le pecore.
Il problema è chiamare progresso ciò che è semplicemente un passo indietro, raccontato con parole nuove.
Non è nostalgia, non è ritorno alle radici: è un territorio che rischia di scivolare lentamente fuori dal tempo, mentre qualcuno applaude alla “resilienza”.
La satira serve proprio a questo:
a ricordarci che possiamo anche ridere, sì,
ma senza smettere di capire.
Perché se domani davvero dovremo imparare a fare i pecorai,
che almeno non ci dicano che è stata una scelta strategica.
✍️ Il Sognatore Lento
Lascia un commento