📚 VII Episodio Valigie di cartone

Storia romanzata dell’emigrazione… ma non troppo

Il passo accanto

Una sera all’uscita della piccola stazione, il giorno stava già scivolando via.
Antonio e lo zio tornavano dal lavoro con il passo lento di chi ha consumato tutte le forze prima del tramonto. L’aria era fredda, ferma, e sapeva di ferro e di fumo.

Fu allora che Antonio sentì chiamare il suo nome.

«Antonio… Antonio…»

Si voltò d’istinto.
Poi rallentò.

La riconobbe subito: Francesca.
Era ferma poco più in là, con il cappotto stretto addosso e i capelli raccolti in fretta.

Per un attimo fece finta di non aver sentito.
Abbassò lo sguardo.
Si vergognava dei vestiti da lavoro, delle scarpe sporche, delle mani rovinate. Non era così che avrebbe voluto farsi vedere.

«Antonio!» chiamò ancora lei, più forte.

Lo zio si fermò e lo guardò di lato.
«Rispondi» disse piano.

Antonio allora si fece coraggio e le andò incontro.
«Ciao…» disse. Poi, quasi subito:
«Scusami se mi vedi in queste condizioni.»

Francesca sorrise.
Un sorriso semplice, senza sorpresa.
«Sono abituata» rispose.

Restò un attimo in silenzio, poi aggiunse:
«Senti… mi faresti il favore di accompagnarmi fino a casa?
A quest’ora, quando mi si fa tardi, ho un po’ paura.»

Antonio annuì senza pensarci.
Salutò lo zio con un cenno rapido.

Poi si avviò accanto a lei,
lungo la strada che scendeva piano,
con il cuore che batteva più forte del passo.

Francesca iniziò a parlare mentre camminavano.
Disse che alcune volte a settimana andava a fare tirocinio, perché a breve si sarebbe diplomata. Le giornate si allungavano, ma la sera arrivava sempre troppo in fretta. Con l’autunno i giorni si erano accorciati ancora di più.

«E tu, Antonio?» chiese poi, voltandosi appena.
«Che studi hai fatto?»

«Io?» disse Antonio.
«Poca scuola. Quella che c’era.»

Francesca lo guardò.
«E poi?»

Antonio strinse le spalle.
«Poi è arrivata la guerra.
E dopo… il lavoro.»

Fece qualche passo in silenzio, come se stesse decidendo se dire altro.
Poi aggiunse:

«Ho fatto l’apprendista da un fabbro-maniscalco.
Ferrava cavalli.
Si imparava più con le mani che con la testa.»

Francesca annuì.
«Anche quello è studio» disse piano.

Antonio non rispose.
Ma per la prima volta, mentre camminavano uno accanto all’altra,
non abbassò lo sguardo. «Sai… da noi c’è miseria» disse Antonio dopo un momento.
«Tanta.
E lo studio passa in secondo ordine.»

Camminavano piano. Il rumore dei passi si perdeva nella strada.

«Però come mestierante sono bravo» continuò.
«Sono un bravo fabbro.
Lavoro bene il ferro.»

Francesca lo ascoltava senza interromperlo.

«Ho imparato a saldare» aggiunse.
«Alla forgia… e anche con la fiamma, quando c’era.
E so ferrare gli animali.
Asini, muli…»

Fece una breve pausa, poi disse quasi scusandosi:
«Cavalli no.
Mai visto uno, da noi.»

Francesca scoppiò a ridere.
Non di scherno.
Una risata leggera, improvvisa, che scaldava.

«Non ridere» disse Antonio, un po’ imbarazzato.

«Rido perché sei vero» rispose lei.
«E perché non tutti sanno dire quello che sanno fare.»

Antonio abbassò gli occhi.
Ma questa volta,
sorrideva anche lui.

Francesca rimase un attimo in silenzio, poi disse:
«Quindi… se qualcuno ti proponesse di andare a lavorare in un’officina?»

Antonio ci pensò appena.
Scrollò le spalle, come se non volesse portarsi sfortuna, e rispose piano, in dialetto:
«N’è fortun la mè.»

Francesca capì subito.
E scoppiò di nuovo a ridere.

Una risata piena, senza ironia, come se quella frase avesse detto più di mille discorsi. Arrivarono davanti a casa.
Francesca si fermò, si sistemò il cappotto e lo guardò.

«Grazie» disse.
Poi aggiunse, come se fosse la cosa più naturale del mondo:
«E… guarda che domenica ti aspettiamo per pranzo.»

Antonio restò un attimo sorpreso.
«Grazie a te» rispose.
«E se serve accompagnarti a casa… sono a tua disposizione.»

Francesca sorrise.
Antonio si voltò e riprese la strada.
Se ne andò con il passo leggero di chi porta con sé qualcosa di buono,
senza ancora sapere come chiamarlo. La sera passò come le altre.
Due parole con lo zio, poi a letto, perché di lì a poco la sveglia avrebbe suonato di nuovo.

Ma l’incontro con Francesca gli era rimasto addosso.
Gli aveva dato forza.
E, senza che se ne accorgesse,
anche un po’ di coraggio per andare avanti.


Commenti

Lascia un commento