Infanzia, adolescenza e vita di un uomo prima del mito.
La distanza cresce

Tilburg, 1866
A Tilburg Vincent arrivò più grande,
ma non più pronto.
Aveva tredici anni.
Un’età in cui non si è più bambini,
ma non si è ancora abbastanza forti
da reggere ciò che viene chiesto.
Il King Willem II College era diverso da Zevenbergen.
Più grande.
Più severo.
Più visibile.
Qui non bastava stare al proprio posto.
Bisognava distinguersi nel modo giusto.
Vincent sentì subito che lo spazio si era allargato,
ma anche che l’aria era diventata più sottile.
Le aule erano affollate.
Gli sguardi più rapidi.
Le regole meno indulgenti.
Non era un luogo di ritiro.
Era un luogo di confronto.
E Vincent, che aveva imparato a resistere in silenzio,
si trovò ora davanti a qualcosa di nuovo:
la fatica di dover stare al passo.
Le lezioni cominciarono presto a somigliarsi.
Latino, matematica, lingue.
Materie che chiedevano precisione,
ordine,
risposte rapide.
Vincent studiava.
Non era svogliato.
Ma sentiva che quel sapere gli passava accanto
senza posarsi davvero.
Capiva le regole,
non il senso.
Memorizzava,
ma non tratteneva.
C’era una distanza
tra ciò che veniva spiegato
e ciò che lui riusciva a fare suo.
Non un rifiuto.
Uno scarto.
I professori lo notavano a tratti.
Intelligente, dicevano.
Ma diseguale.
Incostante.
Come se mancasse sempre
un punto d’appoggio.
Con i compagni il rapporto restava superficiale.
Non per timidezza,
ma per mancanza di coincidenza.
Le conversazioni correvano veloci.
I legami si formavano su affinità immediate.
Vincent restava indietro,
non per scelta,
ma per passo.
Fu in quei mesi che il disegno fece la sua comparsa.
Non come vocazione.
Non come rivelazione.
Come margine.
Nei quaderni comparivano figure distratte,
linee tracciate senza intento.
Case.
Alberi.
Strade viste passando.
Niente che chiedesse attenzione.
Disegnare non lo consolava.
Ma lo teneva fermo.
Gli dava un tempo tutto suo,
un tempo che non veniva valutato.
A Tilburg Vincent capì un’altra cosa:
che esistono luoghi in cui non soffri apertamente,
ma ti consumi piano.
E che crescere, a volte,
significa accorgersi
di non stare diventando ciò che gli altri si aspettano.
Col passare dei mesi, quella distanza smise di essere solo scolastica.
Entrare al King Willem II College voleva dire misurarsi
con un’idea precisa di riuscita:
andare avanti,
emergere,
trovare una forma riconoscibile.
Vincent non la trovava.
Non perché mancasse di volontà,
ma perché la forma che gli veniva richiesta
non coincideva con ciò che sentiva nascere dentro.
A tredici, quattordici anni,
quando gli altri cominciavano a capire chi volevano diventare,
lui aveva già capito una cosa diversa:
che non sarebbe stato semplice.
La scuola non lo respinse apertamente.
Fu più sottile.
Lo lasciò indietro.
I voti non erano disastrosi,
ma irregolari.
Le osservazioni non erano dure,
ma sempre uguali:
poco applicato,
discontinuo,
distratto.
Parole che non feriscono subito,
ma scavano.
Vincent le portava con sé,
senza discuterle.
Non si difendeva.
Non protestava.
Si limitava a sentire crescere una fatica nuova:
quella di dover dimostrare qualcosa
senza sapere bene cosa.
Fu allora che la distanza dalla famiglia aumentò davvero.
Le lettere erano brevi.
I ritorni a casa più silenziosi.
Zundert cominciava a sembrargli lontana
anche quando ci tornava.
Non era nostalgia.
Era scollamento.
A Tilburg Vincent non imparò una materia.
Imparò che esistono percorsi lineari
in cui non tutti riescono a entrare.
E che fallire, a volte,
non è cadere,
ma restare sospesi.
La rottura non arrivò come un evento.
Non ci fu una scena.
Non ci fu uno scontro.
Nel 1868, a quindici anni,
Vincent semplicemente smette.
Smette di andare avanti in quella direzione.
Smette di credere che insistere possa bastare.
Smette di adattarsi a un percorso
che non lo riconosce.
Il King Willem II College non lo espulse.
Non lo giudicò apertamente.
Fu una separazione muta,
come quando due parti capiscono
di non potersi più tenere insieme.
Vincent lasciò la scuola
senza un’alternativa chiara.
Senza un talento dichiarato.
Senza un piano.
Per gli adulti fu una delusione composta.
Per lui, una constatazione.
Non drammatica.
Inevitabile.
Aveva imparato abbastanza
per capire che quella strada non era la sua.
Ma non ancora dove andare.
Uscì dal mondo della scuola
con ciò che aveva sempre avuto:
uno sguardo attento,
una fatica profonda,
e una sensazione che lo avrebbe accompagnato a lungo:
quella di essere fuori tempo,
ma non fuori luogo.
Il capitolo della formazione si chiudeva così.
Non con un fallimento rumoroso,
ma con una porta che si richiude piano.
Davanti,
non c’era ancora l’arte.
C’era il vuoto.
E il vuoto, per Vincent,
non fu una fine.
Fu uno spazio.


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