
C’è un equivoco di fondo nel modo in cui oggi giudichiamo la politica.
Ci concentriamo ossessivamente sui toni, sul linguaggio, sulle frasi fuori posto, e dimentichiamo il punto essenziale: governare significa decidere. Scegliere una direzione, assumersene il costo, accettare il rischio dell’errore.
Donald Trump può non piacere nei modi. Anzi, spesso non piace affatto. È ruvido, divisivo, e talvolta eccessivo. Ma c’è un elemento che lo distingue dalla gran parte della classe politica occidentale contemporanea: agisce. Decide. Firma. Espone sé stesso e il proprio consenso alle conseguenze delle scelte.
Oggi, invece, siamo immersi in una politica che ha fatto dell’ambiguità una virtù e dell’attesa una strategia.
Si parla per non scontentare nessuno.
Si promette senza indicare tempi.
Si governa con il freno a mano tirato, chiamando “prudenza” ciò che spesso è solo paura.
In Italia questo meccanismo è diventato strutturale.
Ogni decisione viene rinviata a un tavolo, a una commissione, a un parere tecnico, a un equilibrio interno. Il risultato è che non si decide quasi mai, e quando lo si fa è perché non c’è più alternativa. Nel frattempo, il Paese resta fermo, mentre la politica si muove solo per difendere se stessa.
Trump rompe questo schema. Non perché sia un modello morale o istituzionale da imitare, ma perché non si nasconde dietro la retorica. Non cerca di piacere a tutti. Non costruisce frasi per galleggiare. Dice quello che pensa, fa quello che dice, e accetta che una parte dell’opinione pubblica lo detesti per questo.
Questo non lo rende automaticamente giusto.
Ma lo rende reale.
Ed è proprio questo che oggi manca alla politica: la realtà.
Viviamo in un tempo in cui l’errore spaventa più dell’inerzia, in cui il rischio è visto come una colpa e l’immobilismo come una forma di saggezza. Così, però, non si governa: si occupa uno spazio, si conserva una posizione, si protegge una poltrona.
Il paradosso è che una politica che non decide finisce per essere più dannosa di una politica che sbaglia.
Perché l’errore può essere corretto.
L’immobilismo no: corrode lentamente, consuma fiducia, svuota le istituzioni.
Non si tratta di difendere un uomo.
Si tratta di denunciare un sistema che ha smesso di assumersi responsabilità.
Un sistema in cui il linguaggio conta più delle scelte, l’immagine più dei risultati, la sopravvivenza più del futuro.
Forse Trump non è la risposta.
Ma la domanda che pone è scomoda e necessaria: chi ha ancora il coraggio di decidere?

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