Quando la giustizia urla… ma la gente corre

Ci sono scene che, se le guardi bene, non sembrano più una vignetta.
Sembrano un riassunto.
Un riassunto di Paese.

Un ladro corre.
Non ha il volto del “mostro”, non ha nemmeno la faccia del film.
Ha la faccia di uno qualunque.
Felpa, cappuccio, scarpe consumate.
Una borsa sulle spalle, piena di qualcosa che non gli appartiene.

Dietro di lui non corre solo un carabiniere.

Corrono tutti.

Corre il gioielliere, con la collana in mano come fosse un pezzo di vita strappato via.
Corre la donna che ha visto tutto e non sa se gridare o pregare.
Corre l’uomo anziano, con la rabbia che gli trema nelle mani.
Corre l’istinto.
Corre la paura.
Corre la fame di giustizia.

E poi, in mezzo a questa corsa, arriva la voce più assurda.

Quella del giudice.

Con il dito puntato e la toga che sembra un mantello teatrale, urla:

“Stai attento a non fare del male al ladro, altrimenti ti mando in galera e ti faccio pagare i danni!”

E in quel momento capisci che non stai guardando un inseguimento.
Stai guardando un sistema.


Il paradosso perfetto

In Italia succede spesso così:

  • chi sbaglia fa male
  • chi subisce paga
  • chi reagisce rischia più del colpevole

È il paradosso perfetto.
Un equilibrio che non difende nessuno, se non la burocrazia del “non si sa mai”.

Il ladro corre.
E corre bene.

Dietro, invece, corre una folla che non sa più nemmeno cosa è permesso fare.

Perché oggi non è solo paura di sbagliare.
È paura di difendersi.


La legge non è il problema. È la distanza

La legge, in teoria, è una cosa sacra.
È la linea che separa la civiltà dalla vendetta.

Ma quando quella linea diventa così lontana da sembrare irreale, succede una cosa pericolosa:

la gente smette di fidarsi.

E quando la gente smette di fidarsi, non diventa cattiva.
Diventa stanca.

Stanca di sentire sempre le stesse frasi:

  • “Bisogna aspettare”
  • “Ci penserà la giustizia”
  • “Non si può intervenire”
  • “È complicato”
  • “Vedremo”

Intanto però il ladro corre.
E il gioielliere conta i danni.


La vera domanda non è: “Chi ha ragione?”

La vera domanda è:

perché chi lavora deve avere più paura di chi ruba?

Perché un cittadino che prova a fermare un ladro si sente già colpevole prima ancora di muoversi?

Perché un commerciante, dopo una rapina, non pensa più a ricominciare…
pensa a non finire nei guai lui?

È qui che si rompe qualcosa.

Non si rompe la vetrina.
Si rompe il patto.


Il Paese delle mani legate

Siamo diventati un Paese con le mani legate.

Legate non dalla civiltà.
Ma dall’incertezza.

E quando l’incertezza diventa norma, la gente non cerca giustizia.
Cerca protezione.

E se lo Stato non sembra più proteggere, allora ognuno prova a proteggersi da solo.

È così che nasce la rabbia sociale.

Non dalla cattiveria.
Dalla sensazione di essere soli.


Il giudice urla… ma non corre

Il giudice nella vignetta urla forte.
Urla la legge.
Urla la prudenza.
Urla il regolamento.

Ma non corre.

E questo è il dettaglio che fa male.

Perché chi corre davvero, nella vita, è sempre qualcun altro:

  • chi lavora
  • chi apre la serranda
  • chi paga tasse e bollette
  • chi ha un negozio piccolo
  • chi non può permettersi assicurazioni infinite
  • chi si sente abbandonato

Il giudice urla.
Ma chi corre è il cittadino.

E il cittadino, quando corre, non corre per sport.
Corre perché ha perso qualcosa.


Conclusione: una vignetta che non fa ridere

Questa non è solo una vignetta ironica.
È una fotografia morale.

Un ladro scappa.
Tutti inseguono.
E la giustizia, invece di fermare chi scappa, si preoccupa di fermare chi rincorre.

E allora la domanda finale diventa inevitabile:

se il cittadino non può difendersi, chi lo difende?

Perché un Paese può sopportare tutto: crisi, inflazione, difficoltà, sacrifici.

Ma non può sopportare una cosa sola:

la sensazione che il torto sia più protetto del diritto.

E quando quella sensazione cresce, non è più una questione di sicurezza.
È una questione di fiducia.

E la fiducia, una volta rubata, non torna più indietro con una sentenza.


✍️ Il Sognatore Lento


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