Infanzia, adolescenza e vita di un uomo prima del mito.
Zundert (1868–1869)

La casa come luogo dove si aspetta di diventare qualcuno
Quando Vincent tornò a Zundert dopo Tilburg,
non lo fece come si torna dopo un viaggio.
Lo fece come si torna da qualcosa che non ha funzionato.
Aveva quindici anni.
E nessuna direzione.
La casa dei van Gogh era la stessa di sempre:
ordinata, misurata, silenziosamente vigile.
Ma ora c’era una cosa nuova,
che nessuno nominava:
il fatto che Vincent fosse lì
senza un motivo preciso.
Il padre lo accolse senza rimproveri.
Ma il silenzio era più severo di qualunque parola.
Per un pastore protestante,
un figlio senza percorso
non è solo una difficoltà pratica.
È una crepa morale.
Theodorus continuava a fare ciò che sapeva fare:
dare struttura.
Orari.
Doveri.
Aspettative discrete.
Vincent lo seguiva.
Senza ribellione.
Senza convinzione.
A tavola, la sera, tutto era al proprio posto.
Il pane tagliato con misura.
Le parole scelte.
La preghiera che apriva e chiudeva la giornata
come una porta ben chiusa.
Eppure, dentro Vincent,
qualcosa restava fuori.
Non era rabbia.
Non era tristezza.
Era una specie di vuoto ordinato.
Un’attesa che non sapeva dove mettersi.
La madre, Anna, lo osservava più di prima.
Lo vedeva passare per la casa
come qualcuno che non ha ancora trovato
un posto dove posarsi.
Gli affidava piccoli compiti:
aiutarla nel giardino,
sistemare libri,
riordinare fiori.
Non per occupazione,
ma per cura.
Era il suo modo di dire:
sei qui, e va bene così, per ora.
Fuori, Zundert continuava la sua vita.
Il paese non faceva domande,
ma guardava.
Un ragazzo che torna da scuola
senza scuola,
in un villaggio piccolo,
non passa inosservato.
Le persone non erano cattive.
Erano semplicemente… regolari.
E la regolarità, per chi è sospeso,
può diventare un peso.
Vincent camminava molto.
Strade di terra, campi, siepi basse.
La stessa luce che aveva visto da bambino,
ma adesso più dura.
Più netta.
Guardava i contadini,
le mani sporche,
i gesti ripetuti.
Non li giudicava.
Li fissava come si fissa qualcosa
che ha un posto nel mondo.
E lui quel posto
non lo sentiva.
Theo in quei mesi cominciava a cambiare.
Era più giovane,
ma già più facile al mondo.
Più pronto a muoversi,
a parlare,
a scegliere.
Stava per entrare anche lui
nel commercio d’arte.
La famiglia lo vedeva
come una traiettoria che scorre.
Vincent no.
Tra i due non c’era conflitto.
C’era una differenza di velocità.
Theo guardava avanti.
Vincent guardava intorno.
Si parlavano poco.
Ma quando lo facevano,
era come se si riconoscessero
in qualcosa che non avevano ancora parole per dire.
A volte bastava uno sguardo.
Un cenno breve.
Un “come va?” detto senza fretta.
E in quella domanda piccola
c’era già una forma di fratellanza.
Le sorelle e i fratelli riempivano la casa
con una vita normale.
Anna era pratica.
Elisabeth osservava.
Wilhelmina cresceva silenziosa.
Cornelis correva.
Vincent li guardava muoversi
come si guarda un mondo
che procede senza di te.
Non era escluso.
Ma non era dentro allo stesso ritmo.
La famiglia funzionava.
Ed era proprio questo
a renderlo più solo.
In quei mesi Vincent lesse molto.
Camminò.
Disegnò un po’.
Non perché volesse diventare artista.
Ma perché non sapeva
cos’altro fare con il tempo.
La sera sedeva in silenzio.
Ascoltava i discorsi degli adulti.
I piani.
Le intenzioni.
E sentiva che tutti parlavano
di qualcosa che non lo riguardava ancora.
Non era triste.
Era sospeso.
Come se la vita
stesse trattenendo il respiro
prima di dirgli
in che direzione andare.
Fu allora che arrivò la proposta.
Uno zio, Cent van Gogh,
aveva contatti a L’Aia.
Conosceva il mondo che contava,
quello delle cornici pulite,
dei cataloghi,
delle stanze dove l’arte non era passione
ma mestiere.
Goupil & Cie.
Un lavoro.
Un posto.
Una possibilità di essere reinserito
in un percorso riconoscibile.
Non era una vocazione.
Era una corda lanciata.
Il padre la vide come una risposta.

La madre come una speranza.
E Vincent la accettò
non con entusiasmo,
ma con una forma di sollievo.
Perché non si può restare sospesi
per sempre.
Qualcosa, finalmente,
stava per muoversi.
Lasciò Zundert
non come chi parte verso un sogno,
ma come chi entra
in una strada possibile.
Non sapeva ancora
che lì, tra quadri e cataloghi,
avrebbe incontrato l’arte.
Per ora,
stava solo cercando
un modo per restare nel mondo.
E a volte,
prima di diventare qualcuno,
si comincia così:
accettando una porta aperta
solo per non restare fuori.


Lascia un commento