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Nota 1 – Scuola italiana: il problema non sono i governi

(ma chi sta dentro e ha smesso di crederci)

In Italia c’è una frase che funziona sempre.
È comoda, è pronta, è già scritta:

👉 “È colpa del Governo.”

E spesso è anche vero.
Perché i governi cambiano, promettono, tagliano, riformano, tornano indietro, ricominciano.

Ma la scuola italiana non sta male solo per le leggi.
Sta male per qualcosa di più sottile e più grave:

la rassegnazione interna.

La scuola non si rompe solo dall’alto.
Si spegne lentamente anche da dentro.


La verità che nessuno dice

La scuola è uno dei pochi luoghi in cui tutti parlano di futuro…
ma si vive come se il futuro fosse un fastidio.

Si fanno:

  • progetti
  • riunioni
  • verbali
  • piattaforme
  • moduli
  • monitoraggi
  • relazioni finali

E poi succede una cosa incredibile:
si dimentica la parte centrale.

Lo studente.


Il dirigente: il manager della carta

C’è un dirigente che corre tutto il giorno.
E non lo nego: molti lavorano davvero.

Ma il problema è quando la scuola diventa un’azienda dove conta più la forma che la sostanza.

Il dirigente perfetto oggi non è quello che costruisce una comunità educativa.
È quello che:

  • compila tutto
  • firma tutto
  • produce “numeri”
  • risponde alle mail
  • prepara il progetto “innovativo”
  • fa il report per dimostrare che esiste

E intanto la scuola perde il suo cuore:
l’autorevolezza e la direzione.

Perché un ragazzo non ha bisogno di un capo ufficio.
Ha bisogno di un adulto che sappia guidare.


L’insegnante: quando il mestiere diventa sopravvivenza

Poi c’è l’insegnante.

Qui bisogna essere onesti:
la scuola italiana ha ancora docenti straordinari, umani, preparati, resistenti.

Ma c’è anche un’altra categoria.
Quella che non fa scandalo, perché è diventata normale.

Quelli che entrano in classe come se stessero entrando in un turno qualunque.
Quelli che dicono:

  • “non mi stressate”
  • “tanto non cambia niente”
  • “io faccio il minimo”
  • “non mi pagano per educare”

E magari hanno pure ragione su stipendi e fatica.
Ma la domanda è una sola:

se non credi più in quello che fai, perché resti lì?

Perché in classe non ci vai da solo.
Ci vai davanti a chi ti guarda.

E i ragazzi capiscono tutto.

Capiscono quando uno insegna per passione.
E capiscono quando uno insegna per abitudine.


Lo studente: l’unico che non finge

E in mezzo, c’è lui.
Il ragazzo.

Quello che dovrebbe essere al centro di tutto.
Quello che invece spesso è trattato come un “problema da gestire”.

Lo studente è l’unico che non finge.
Se una scuola è spenta, lui lo sente.

Se un insegnante è assente, lui lo vede.

Se un dirigente vive di moduli, lui lo capisce.

E allora nasce la domanda più tragica e più vera:

👉 “Ma qui si studia o si compila?”


Il vero fallimento: la scuola senza anima

La scuola non muore quando mancano i soldi.
Muore quando manca la voglia.

Quando la classe diventa:

  • un luogo di passaggio
  • un parcheggio emotivo
  • una palestra di frustrazione
  • un ufficio con banchi

La scuola non è un edificio.
È una promessa.

E se chi sta dentro non ci crede più, nessun governo potrà salvarla.


La riforma che servirebbe davvero

Non servono solo nuove leggi.

Serve una cosa molto più scomoda:

responsabilità.

  • Un dirigente che guida, non che timbra.
  • Un insegnante che educa, non che sopravvive.
  • Una scuola che pretende, non che abbassa tutto “per non avere problemi”.

Perché quando abbassi tutto, non fai un favore agli studenti.
Fai un favore alla tua coscienza.

E il conto lo pagano loro.
Sempre loro.


Conclusione

Sì, i governi hanno colpe enormi.
Ma sarebbe troppo facile fermarsi lì.

La scuola italiana oggi ha un problema più grande della politica:

ha perso fiducia in se stessa.

E finché chi sta dentro non torna a crederci,
ogni riforma sarà solo una vernice su un muro crepato.

👉 Il problema non sono i governi.
È chi sta dentro la scuola e ha smesso di crederci.

✍️ Il Sognatore Lento


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