
((Uno chef stellato può guidare, ma le scuole devono diventare protagoniste)
In Abruzzo, quando si parla di cucina, si accende sempre una luce speciale.
Non perché siamo una regione “alla moda”, ma perché qui il cibo non è mai stato una scenografia.
Qui si mangia per riconoscere qualcosa:
un sapore vero, una stagione, una memoria di famiglia.
E quando qualcuno dice “Abruzzo: mangiare bene”, in fondo sta dicendo una cosa giusta.
Ma oggi, in un tempo in cui tutto rischia di diventare marketing, una domanda è inevitabile:
mangiare bene per chi?
E soprattutto: chi ci arriverà, domani, a far mangiare bene?
Perché il punto non è solo la qualità di quello che mettiamo nel piatto.
Il punto è la qualità di chi quel piatto lo prepara, lo serve, lo racconta.
E questa qualità non nasce per caso.
Si costruisce.
Si insegna.
Si coltiva.
Lo chef stellato serve. Ma non basta.
La collaborazione con un grande nome come uo chef stellato può essere un’opportunità importante.
Non per la “firma”, ma per ciò che rappresenta:
- metodo
- disciplina
- visione
- cultura del lavoro
- rispetto della materia prima
Un grande chef può diventare un riferimento.
Un traino.
Una guida.
Ma qui arriva il passaggio decisivo, quello che spesso manca in Italia:
se un progetto resta appeso a un nome, muore appena finisce l’evento.
Se invece diventa sistema, allora può cambiare davvero la realtà.
E per diventare sistema, non c’è una strada più semplice e più giusta di questa:
👉 coinvolgere le scuole alberghiere abruzzesi.
Le scuole alberghiere: tutti ne parlano, pochi le ascoltano
Le scuole alberghiere sono una delle ricchezze più sottovalutate del Paese.

E in Abruzzo dovrebbero essere un patrimonio strategico.
Perché dentro quelle aule non ci sono “studenti”.
Ci sono:
- futuri cuochi
- futuri camerieri professionisti
- futuri receptionist
- futuri maitre
- futuri sommelier
- futuri imprenditori della ristorazione e dell’accoglienza
E invece troppo spesso, nella realtà, le scuole alberghiere vivono una contraddizione amara:
sono celebrate nei discorsi… ma lasciate sole nella pratica.
Si riempiono le bocche di parole come:
eccellenza, turismo, identità, qualità, territorio.
Poi però, quando si tratta di fare sul serio, accade il contrario:
- laboratori vecchi
- poche ore pratiche davvero formative
- stage improvvisati
- collegamenti deboli con le aziende migliori
- ragazzi pieni di entusiasmo, ma senza strumenti solidi
E questo è un peccato enorme.
Perché se c’è una cosa che il lavoro nella ristorazione insegna, è semplice:
o sei preparato, o vieni mangiato.
A questo punto serve chiarezza
Se le scuole alberghiere abruzzesi non sono in grado di garantire qualità e competenze, allora bisogna avere il coraggio di dirlo:
meglio ridurre, accorpare, chiudere ciò che non funziona, invece di continuare a raccontare una favola.
Ma se invece le scuole sono una risorsa — e lo sono — allora la Regione e le istituzioni devono fare una scelta precisa:
investire meglio, non investire a caso.
Perché la formazione non si annuncia: si costruisce.
Il paradosso abruzzese: vogliamo il turismo, ma perdiamo i ragazzi
In Abruzzo diciamo spesso di voler puntare sul turismo.
E il turismo passa anche da una cosa chiarissima:
👉 si torna dove si è stati accolti bene.
E l’accoglienza non è solo un sorriso.
È competenza.
È rispetto.
È servizio fatto con dignità.
È un cameriere che sa lavorare.
È una cucina pulita e seria.
È una sala che sa raccontare un territorio.
Eppure, mentre sogniamo di portare persone qui, continuiamo a perdere persone da qui.
Perché tanti ragazzi bravi, una volta formati, vanno via.
Non perché non amino l’Abruzzo.
Ma perché altrove trovano:
- più organizzazione
- più opportunità
- più rispetto professionale
- più possibilità di crescita
E allora la domanda diventa inevitabile:
che senso ha parlare di “mangiare bene” se non riusciamo a trattenere chi quel bene lo crea?
La proposta concreta: Chef capofila, scuole protagoniste
Un progetto davvero intelligente dovrebbe funzionare così:
👉 Chef può dare il metodo.
👉 Le scuole alberghiere lo rendono sistema.
👉 I ragazzi diventano l’Abruzzo che resta.
Non come frase bella da locandina.
Ma come programma reale.
Un programma che potrebbe poggiare su cinque pilastri semplici, attuabili e misurabili.
1) Masterclass vere, non passerelle
Non una lezione “per la foto”.
Ma un percorso, anche breve, con contenuti concreti:
- tecniche di base fatte bene
- organizzazione del lavoro
- rispetto della materia prima
- pulizia e rigore
- spirito di squadra
Perché la cucina non è magia.
È metodo.
2) Stage selezionati e controllati
Basta con lo stage “tanto per farlo”.
Serve un patto chiaro:
- aziende serie
- tutor veri
- obiettivi precisi
- valutazione finale
Lo stage deve essere formazione, non sfruttamento.
3) Laboratori moderni e dignitosi
Non serve l’astronave.
Serve il minimo per lavorare bene:
- attrezzature funzionanti
- materiali aggiornati
- spazi puliti e professionali
Perché non puoi insegnare qualità in un luogo che non la rispetta.
4) Educazione al servizio: sala, accoglienza, rispetto
In Italia parliamo sempre di chef.
Ma senza sala non esiste ristorazione.
E un territorio cresce davvero quando forma anche:
- professionisti di sala
- accoglienza turistica
- gestione del cliente
- capacità di raccontare il territorio
La cucina è metà del viaggio.
L’altra metà è come fai sentire la persona seduta a tavola.
5) Un obiettivo finale: creare lavoro qui
Il progetto non deve finire con un evento.
Deve finire con un risultato:
👉 posti di lavoro veri in Abruzzo
👉 imprese che assumono ragazzi formati
👉 borghi che tornano ad avere servizi e qualità
Se no è solo una bella storia raccontata per un mese.
Non servono le stelle per credere nei ragazzi
Perché la stella è importante, sì.
Ma diciamolo con sincerità: forse lo è di più altrove che da noi.
In molti Paesi la Stella Michelin è stata una svolta:
ha portato ordine, rigore, tecnica, organizzazione.
Ha creato scuole di pensiero, filiere, professionalità.
Ma in Italia la cucina non è nata per essere certificata.
È nata per essere vissuta.
Qui il valore non è mai stato l’effetto speciale.
È sempre stato il sapore vero.
La memoria.
La materia prima.
Il gesto umano.
Noi non mangiamo per stupirci.
Mangiamo per riconoscere.
E allora la stella può essere un simbolo, certo.
Ma non deve diventare il centro del discorso.
Perché se inseguiamo solo l’etichetta, rischiamo di perdere ciò che conta davvero:
la cultura quotidiana del mangiare bene.
E quella cultura non la costruisce una guida.
La costruiscono le persone.
E soprattutto la costruiscono i ragazzi, se li formi bene.
Se davvero vogliamo che l’Abruzzo diventi una regione dove “si mangia bene”,
allora dobbiamo fare una cosa prima di tutte:
mettere le scuole alberghiere al centro del progetto.
Non come comparsa.
Come motore.
Conclusione: mangiare bene è cultura, ma soprattutto futuro
Io credo che l’Abruzzo abbia tutto: prodotti, tradizione, persone, paesaggi, identità.
E credo che un grande chef possa essere una guida importante.
Ma credo anche che la vera sfida sia un’altra:
trasformare l’eccellenza in possibilità.
Perché una regione cresce quando i suoi ragazzi non devono partire per diventare bravi.
Una regione cresce quando può dire, con orgoglio:
👉 “Qui si impara.”
👉 “Qui si lavora.”
👉 “Qui si resta.”
E allora sì:
non sarà solo “mangiare bene”.
Sarà vivere meglio.

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