Capitolo 5 – L’Italia degli Aumenti Invisibili

Sei capitoli di satira e un finale al vetriolo

Il linguaggio che non dice

In Italia le cose possono anche peggiorare,
ma il linguaggio migliora sempre.

È una legge non scritta dell’amministrazione e della politica:
quando la realtà si complica,
le parole diventano più eleganti.
Quando i servizi funzionano peggio,
il lessico si raffina.

Non si parla più di problemi.
Si parla di processi.

Non di tagli.
Di razionalizzazioni.

Non di inefficienze.
Di criticità gestionali.


Le parole vuote che riempiono tutto

Il linguaggio pubblico contemporaneo è una forma di arredamento.
Non serve a spiegare,
serve a coprire.

Le parole non descrivono ciò che accade.
Lo sovrastano.

Così nascono espressioni che sembrano importanti,
ma che non dicono nulla:

  • efficientamento
  • ottimizzazione
  • governance
  • valorizzazione delle risorse
  • messa a sistema
  • percorso virtuoso

Parole che suonano bene,
ma che non hanno conseguenze verificabili.


L’arte dell’acronimo

Quando una parola rischia di essere troppo chiara,
si trasforma in acronimo.

Gli acronimi sono il cuore della copertura linguistica.
Rendono ogni discorso incomprensibile ai non addetti
e inattaccabile dai critici.

PIAO, PNRR, KPI, OIV, SMVP, PEG, DUP.

Non importa cosa significhino davvero.
Importa che esistano.

Un acronimo non chiede spiegazioni.
Un acronimo chiude la conversazione.


Efficientare senza migliorare

Tra tutte le parole vuote,
“efficientamento” merita una menzione speciale.

È la parola perfetta:
può significare tutto
e non impegnare a nulla.

Un servizio viene ridotto?
È efficientamento.

Un ufficio perde personale?
È efficientamento.

Un’attesa raddoppia?
È l’effetto temporaneo dell’efficientamento.

L’utente sta peggio,
ma il documento è scritto meglio.


Razionalizzare ciò che non funziona

Altro termine chiave: razionalizzazione.

Razionalizzare significa spesso:
fare meno,
con meno,
per meno persone.

Ma detta così suonerebbe brutale.
Meglio dire che si razionalizza.

La razionalizzazione non fallisce mai,
perché non promette risultati.
Promette solo ordine.


La governance come nebbia

Poi c’è la parola regina: governance.

La governance non decide.
Coordina.

Non risolve.
Allinea.

Non risponde.
Presidia.

Quando qualcosa non funziona,
non si cambia il responsabile.
Si rivede la governance.

E mentre la governance viene rivista,
il problema resta dov’è.


La realtà che peggiora, il linguaggio che sale

Qui sta il paradosso più evidente:
più la realtà si deteriora,
più il linguaggio si raffina.

Servizi meno accessibili,
ma comunicazione più curata.

Processi più lenti,
ma report più eleganti.

Risultati assenti,
ma slide impeccabili.

La distanza tra ciò che si vive
e ciò che si racconta
diventa strutturale.


Quando le parole diventano scudo

Il linguaggio non è più strumento.
È scudo.

Serve a evitare domande semplici:

  • funziona o no?
  • migliora o peggiora?
  • chi risponde?

Al loro posto arrivano frasi lunghe,
piene di sostantivi astratti
e prive di verbi attivi.

Nessuno sbaglia.
Nessuno decide.
Nessuno è colpevole.


La copertura linguistica

Questa è la funzione finale del linguaggio che non dice:
fare da copertura.

Coprire l’assenza di risultati.
Coprire l’immobilità.
Coprire la mancanza di responsabilità.

Finché le parole tengono,
la realtà può anche cedere.


Conclusione – Quando il silenzio sarebbe più onesto

In un sistema sano,
le parole servono a chiarire.

In questo sistema,
servono a confondere.

E così accade che il cittadino
capisca meno,
mentre il linguaggio diventa sempre più sofisticato.

Forse il vero efficientamento
sarebbe togliere parole.
Tornare a dire le cose come stanno.

Ma questo,
nel Paese della copertura linguistica,
sarebbe davvero rivoluzionario.


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